SENTENZA n. 10421 del 15/4/2019

CORTE CASSAZIONE CIVILE - sezione terza

medico di base condannato per il decesso di una paziente- visita domiciliare - assenza di documentazione clinica

FATTI DI CAUSA
1. Omissis ricorre, sulla base di sei motivi, per la cassazione della sentenza n. 419/15, dell'Il marzo 2015, della Corte di Appello di Trieste, che - in accoglimento del gravame proposto da Omissis e Omissis, da Omissisi, Omissis e Omissis, avverso la sentenza n. 613/13 del Tribunale di Tolmezzo - ha riconosciuto la responsabilità dell'odierno ricorrente in relazione al decesso di Omissis, condannandolo a risarcire a Omissis e Omissis (figli della vittima primaria dell'illecito) la somma di C 1.015.655,86 cadauno, comprensiva dei danni "iure proprio" e "iure hereditatis" (anche quali eredi di Omissis, marito della Omissis, deceduto in corso di causa) nonché ad Omissis (madre della vittima primaria dell'illecito) la somma di C 192.747,88, ed infine a Omissis e Omissis (sorelle della deceduta Omissis) la somma di C 36.170,72 per ciascuna di esse, oltre interessi legali - su ciascun importo - dalla decisione al saldo.
2. Riferisce, in punto di fatto, l'odierno ricorrente di essere stato convenuto in giudizio, nella sua qualità di medico di base della Omissis, dai familiari della stessa, ritenendolo costoro responsabile del decesso della propria congiunta, avvenuto il 5 febbraio 2005, in ragione della mancata diagnosi - all'esito di visita domiciliare effettuata due giorni prima - della chetoacidosi diabetica da cui la donna era affetta (scambiata per un'influenza stagionale), ed all'origine della polmonite che ne causò il decesso.
Istruita la causa innanzi al Tribunale di Tolmezzo mediante l'assunzione di prove testimoniali e lo svolgimento di CTU medico- legale, l'adito giudicante rigettava la domanda risarcitoria, con decisione, tuttavia, riformata, a seguito di gravame esperito dagli attori, dal giudice di appello, previo rinnovo della consulenza tecnica.
3. Avverso la sentenza della Corte giuliana ha proposto ricorso per cassazione il Omissis, sulla base - come detto - di sei motivi.
3.1. Il primo motivo deduce "nullità della sentenza o del procedimento in rapporto all'art. 111 Cost. e 132, comma 2, n. 4), cod. proc. civ.", per non avere la sentenza dato risposta alle critiche da esso rivolte alla CTU. Ci si duole del fatto che, sebbene l'allora appellato - con memoria autorizzata del 25 settembre 2009 - avesse sottoposto "all'attenzione della Corte territoriale numerose, circostanziate e gravi critiche all'operato del consulente" (sia "di carattere medico-legale che di tipo logico-giuridico"), peraltro riproposte tanto nella comparsa conclusionale di appello che nelle memorie di replica, la sentenza impugnata non recherebbe alcuna menzione (sia pure riassuntiva) delle stesse, né, tantomeno, una loro confutazione.
In particolare, si evidenzia di aver mosso contestazioni alla CTU, laddove essa avrebbe affermato: - che le condizioni della Omissis al momento del ricovero consentono di determinare il quadro clinico anche al momento della visita domiciliare, trattandosi di affermazione in contrasto con quanto evidenziato nella stessa consulenza, laddove si sottolinea la "aleatorietà di svolgere considerazioni tecniche non ancorate a elementi probanti concreti e determinati"; - che dalla presenza delle piaghe di decubito, rilevata dal personale infermieristico nel tardo pomeriggio del 5 febbraio 2005, era logico presumere che le stesse fossero presenti già al momento della visita, sicché il mancato rilievo delle stesse da parte del dott. Omissis confermerebbe che egli non effettuò un accurato esame obiettivo del torace, laddove, invece, sarebbe "ben più probabile ritenere che esse fecero la loro comparsa il giorno del decesso", giacché, altrimenti, avrebbero dovuto essere rilevate dal personale del 118, da quello del pronto soccorso e da quello dell'area di emergenza; - che il dott. Omissis avrebbe dovuto disporre il ricovero della paziente, senza avere la CTU considerato che egli non avrebbe mai potuto forzare la volontà della Omissis, alla quale, peraltro, propose (come non sarebbe mai stato contestato da parte attrice) di farsi ricoverare;
- che la diagnosi di polmonite non era affatto complessa, essendosi ignorato, tuttavia, che la stessa non venne mai effettuata neppure dai sanitari del pronto soccorso; - che fu un errore del dott. Omissis non indagare le cause della iperglicemia, giungendo, così, la CTU "implicitamente ad affermare" che la chetoacidosi fosse già in atto in occasione della visita domiciliare, mentre non vi sarebbe prova oggettiva dell'esistenza, a quel momento, "dei segni patognomonici" della stessa, risultando invece "possibile" che "poliuria, polidipsia e disidratazione fecero la loro comparsa durante la notte"; - che sussiste il nesso causale tra il (presunto) ritardo con cui la Omissis ottenne le cure per la polmonite e la chetoacidosi e il successivo decesso della stessa, giacché tale affermazione, per un verso, non terrebbe conto delle "condizioni reali in cui si trovava la paziente" (cioè quelle documentate dalla cartella clinica o rilevabili dalla documentazione in atti), nonché, per altro verso, si baserebbe sulla menzione di astratte statistiche di guarigione; - che sarebbe stato opportuno, da parte del dott. Omissis, redigere brevi note sullo stato della paziente nonché disporre di appositi stick per l'esame delle urine, giacché dette "opportunità" sarebbero state trasformate dal consulente in vere e proprie omissioni; - che vi sarebbe stata una situazione di obnubilamento della paziente al momento della vista, salvo smentire tale affermazione in altro paragrafo della consulenza;- che costituisce circostanza improbabile che i familiari tacquero al dott. Omissis le informazioni poi riferite agli altri sanitari, in quanto tale affermazione, secondo il ricorrente, sarebbe del tutto apodittica.
3.2. Ideale sviluppo del primo motivo di ricorso è il secondo, con il quale si deduce - "ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 4), cod. proc. civ. - nullità della sentenza o del procedimento in rapporto all'art. 112 cod. proc. civ.", per avere il giudice di appello "omesso di pronunciarsi su tutta la domanda", non essendosi pronunciato sulle osservazioni di esso Omissis alla CTU. 3.3. Con il terzo motivo si assume - sempre a norma dell'art. 360, comma 1, n. 4), cod. proc. civ. - "nullità della sentenza o del procedimento in rapporto all'art. 115 cod. proc. civ.", per avere la Corte giuliana omesso "di porre a fondamento della propria decisione fatti non specificamente contestati" dagli allora appellanti, ovvero che: - i valori glicemici della Omissis non furono comunicati all'odierno ricorrente nel corso della telefonata (della mattina del 3 febbraio 2005) in cui fu richiesto il suo intervento domiciliare, bensì dallo stesso rilevati nel corso della visita alla paziente; - di avere esso Omissis proposto alla Omissis, in presenza del marito e della sorella della stessa, all'esito della visita domiciliare, il ricovero ospedaliero, dalla paziente, invece, rifiutato. 3.4. Il quarto motivo deduce - ex art. 360, comma 1, n. 3), cod. proc. civ. - violazione e falsa applicazione dell'art. 2729 cod. civ., e ciò sotto un duplice profilo, ovvero, per un verso, per avere la sentenza impugnata ritenuto provate presuntivamente circostanze decisive (relative alla condotta del sanitario ed al nesso di causa tra la stessa ed il decesso della paziente) in difetto di indizi gravi, precisi e concordanti, nonché, per altro verso, per non aver ritenuta provata la circostanza che esso Omissis consigliò alla Omissis il ricovero presso struttura ospedaliera. Si lamenta, per l'esattezza, che la Corte territoriale, in presenza di una prestazione medica domiciliare, che non contempla alcun obbligo di refertazione in capo al professionista, e, per converso, in assenza di documentazione clinica che attestasse l'avvenuta visita, la successione temporale degli eventi, le condizioni in cui l'accesso domiciliare avvenne e quelle della paziente al momento della visita, abbia ritenuto di poter sottoporre al consulente un quesito volto, tra l'altro, a stabilire se le condizioni cliniche rilevate al momento del ricovero della Omissis consentissero di determinare le condizioni di salute all'atto della visita, in questo modo, dunque, assegnando alla consulenza la funzione di "sopperire" alla mancanza di elementi probatori.
3.5. Il quinto motivo deduce - nuovamente ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 3), cod. proc. civ. - violazione degli artt. 1218 e 2697 cod. civ. Il ricorrente afferma che se si può "convenire in merito alla correttezza del principio di diritto formalmente enunciato dal collegio triestino", non si può condividerne "l'applicazione che ne è poi conseguita", avendo esso confuso l'allegazione dell'inadempimento del professionista con la prova (della quale è onerato pur sempre il danneggiato/paziente) della condotta del sanitario e delle condizioni in cui la sua prestazione si è svolta. In particolare, sarebbero stati disattesi i principi secondo cui il paziente è onerato dal depositare la cartella clinica e dal provare il "contratto" con il professionista.
3.6. Infine, il sesto motivo deduce - ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 5), cod. proc. civ. - l'omesso esame "circa plurimi fatti decisivi per il giudizio" (giacché incidenti sull'accertamento della condotta omissiva del ricorrente e sulla efficienza eziologica della stessa rispetto al decesso della paziente), fatti individuati in numero di sei, ovvero: - che le piaghe da decubito furono rilevate, non da personale del 118, né da quello del pronto soccorso o del reparto di emergenza nella giornata del 4 febbraio 2005, ma solo dal personale infermieristico del predetto reparto, il successivo giorno 5 febbraio; - che la Omissis, in occasione della visita domiciliare, fu invitata dal dott. Omissis a ricoverarsi e rifiutò tale proposta, non essendo, peraltro, esigibile dal sanitario la prestazione consistente del disporne il ricovero coatto; - che il ritardo diagnostico addebitato al sanitario risulterebbe privo di influenza sul decesso della paziente; - le condizioni cliniche concrete della paziente; - che gli arrossamenti cutanei di cui sopra, individuati dal personale infermieristico del reparto presso il quale la Omissis era ricoverata, potessero essere petecchie, mapule o papule, espressioni sintomatiche di uno shock settico già in atto; - che i dati glicemici furono comunicati telefonicamente al medico solo il giorno 4 febbraio 2005, ovvero, quello successivo alla visita domiciliare, nel corso della quale, invece, il dott. Omissis ebbe a rilevarli personalmente.
4. Hanno resistito, con controricorso, all'avversaria impugnazione Omissis e Omissis, nonché Omissis, Omissis e Omissis, proponendo anche ricorso incidentale, articolato in quattro motivi.4.1. In particolare, con il primo motivo, essi lamentano - ex artt. 360, comma 1, n. 4) e 132, comma 2, n. 4), cod. proc. civ. - la omessa e comunque apparente motivazione della quantificazione del danno non patrimoniale "iure proprio" riconosciuto alla madre ed alle sorelle di Omissis.
Esattamente, si dolgono del fatto che la somma determinata in favore della prima (C 160.00,00) sia risultata inferiore al minimo previsto dalle "tabelle milanesi" applicate (C 163.00,00), giacché la liquidazione risulta fondata sulla constatazione che tale scostamento fosse giustificato dal fatto che il permanere del dolore patito dalla genitrice della Omissis - sebbene esso fosse stato, nell'immediato, "particolarmente afflittivo per una persona anziana" - fosse legato "ad un'aspettativa di vita della vittima secondaria di non largo orizzonte", in ragione dell'avanzata della stessa (ottantaseienne al momento dell'evento luttuoso). Tale quantificazione "legata ad una prognosi infausta di sopravvivenza" (peraltro, rivelatasi anche errata, essendo Omissis vivente ancora undici dopo la morte della figlia), equivarrebbe a giustificare "un refrain buono per tutte le sentenze che interessino persone anziane", legittimando scostamenti dalle previsioni tabellari che dovrebbero consentirsi "per comprovate esigenze eccezionali". In ordine, invece, all'importo quantificato in favore delle sorelle della Omissis (C 30.000,00), si censura, innanzitutto, la scelta di operare una "quantificazione egualitaria o comunistica", ignorando il peculiare rilievo che, secondo le risultanze delle prove documentali e testimoniali acquisite, la figura della sorella Omissis aveva per la defunta. Inoltre, si contesta, in relazione ad entrambe le germane, la scelta della sentenza di parametrare l'entità del risarcimento solo alla loro età, definita matura, e al dato (assolutamente fisiologico) dell'esistenza di un proprio nucleo familiare, ignorando il fatto - ancora una volta emergente dalle testimonianze assunte - del "saldo rapporto parentale" tra le stesse e la sorella Omissis.
4.2. Con il secondo motivo è dedotta - sempre ex artt. 360, comma 1, n. 4) e 132, comma 2, n. 4), cod. proc. civ. - l'omessa e comunque apparente motivazione della quantificazione del danno non patrimoniale riconosciuto al marito di Omissis. Si censura la sentenza per aver liquidato lo stesso nella misura di C 100.000,00, inferiore al minimo tabellare, sul presupposto che lo stesso vada commisurato "non all'impatto iniziale del dolore" (peraltro, nella specie, ritenuto "intensissimo"), bensì "ai momenti nei quali, durante il corso della vita, la vittima secondaria ricorderà e sentirà la mancanza della persona cara". Orbene, poiché - nella fattispecie in esame - questo "spazio di tempo" è risultato brevissimo, "per la prematura scomparsa del coniuge superstite" (essendo Omissis deceduto il 17 settembre 2008), su tali basi si è giustificato lo scostamento dal minimo tabellare. Si deduce l'esistenza di un "cortocircuito motivazionale", giacché, da un lato, si è voluto applicare la tabella milanese, ma poi non se ne sarebbe fatto "alcun uso intellegibile", pervenendosi ad un valore estimativo monetario non solo privo di raffronto con la logica tabellare e, comunque, senza dare alcun preso all'età dei figli (sette e dodici anni al momento del decesso della Omissis) e alle difficoltà affrontate, per tale ragione, dal Omissis.
4.3. Con il terzo motivo - proposto ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 3), cod. proc. civ. - si deduce violazione dell'art. 1226 cod. civ., in quanto la liquidazione dei danni parentali di vedovo, madre e sorelle della Omissis sarebbe avvenuta in apparente applicazione delle tabelle del Tribunale di Milano, senza una reale considerazione di tutte le circostanze del caso concreto, per le ragioni già illustrate.4.4. Infine, il quarto motivo - proposto, nuovamente, ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 3), cod. proc. civ. - deduce violazione dell'art. 1226 cod. civ., in quanto la liquidazione dei danni parentali dei figli della Omissis non avrebbe tenuto conto della straordinaria gravità della perdita, avendo riguardato due minorenni, divenuti, oltretutto, anche orfani di padre poco tempo dopo la perdita della genitrice.
5. Entrambe le parti hanno presentato memoria, ex art. 378 cod. proc. civ., insistendo nelle rispettive argomentazioni e replicando a quelle avversarie.
RAGIONI DELLA DECISIONE
6. Il ricorso principale va rigettato.
6.1. I motivi primo e secondo - suscettibili di trattazione congiunta, in quanto concernono le critiche che l'odierno ricorrente ha rivolto all'elaborato del CTU, la mancata considerazione delle quali da parte della Corte territoriale viene dedotta tanto come vizio motivazionale che come omessa pronuncia - sono inammissibili.
6.1.1. A prescindere dal rilievo - che concerne, in particolare, il secondo motivo di ricorso - che la violazione dell'art. 112 cod. proc. civ. viene prospettata come inosservanza del dovere del giudice di decidere "su tutta la domanda", laddove, invece, l'omissione decisoria riguarderebbe, semmai, delle eccezioni (visto che le "contestazioni ad una relazione di consulenza tecnica d'ufficio costituiscono eccezioni rispetto al suo contenuto"; cfr. Cass. Sez. 1, ord. 3 agosto 2017, n.19427, Rv. 645178-03), l'inammissibilità dei due motivi va affermata ai sensi dell'art. 366, comma 1, n. 6), cod. proc. civ. Sul punto occorre muovere dal rilievo che "la contestazione del vizio motivazionale elevata nei confronti della motivazione della sentenza che recepisca le conclusioni della CTU non può limitarsi al rilievo di una insufficienza dell'indicazione delle ragioni del detto recepimento", dovendo il ricorrente indicare - a norma degli artt. 366, comma 1, n. 6), e 369, comma 2, n. 4, cod. proc. civ. - "il «fatto storico», il cui esame sia stato omesso, il «dato», testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il «come» e il «quando» tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua «decisività»" (cfr. Cass. Sez. 3, sent. 26 luglio 2017, n. 18391, non massimata).
Siffatte condizioni, tuttavia, non possono ritenersi soddisfatte qualora nella "articolazione delle censure" non venga specificatamente indicato - come avvenuto anche nel caso "de quo", essendosi l'atto impugnato ad un mero rinvio alla pagine dell'elaborato del consulente - in quale parte la CTU "non si sia fatta carico di esaminare e confutare i rilievi di parte, limitandosi la [parte] ricorrente a giustapporre le proprie valutazioni (...) alle conclusioni dei consulenti", senza che siano "precisati i passaggi della consulenza nella quale siano mancati l'esame e la confutazione dei rilievi di parte" (così, nuovamente, Cass. Sez. 3, sent. n. 18391 del 2017, ci t.).
6.2. Il terzo motivo è, del pari, inammissibile, ai sensi dell'art. 366, comma 1, n. 6), cod. proc. civ.
6.2.1. Difatti, perché la censura basata sulla violazione del principio di non contestazione possa dirsi rispondente al disposto della norma suddetta, occorre che il ricorrente, anche attraverso la riproduzione testuale di stralci dei precedenti scritti defensionali, propri e della controparte, abbia provveduto sia ad "indicare la sede processuale di adduzione delle tesi ribadite o lamentate come disattese", sia ad inserire nel ricorso "la trascrizione dei relativi passaggi argomentativi" (da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 9 agosto 2016, n. 16655, Rv. 641486-01). Nella specie, l'unica trascrizione riguarda quel passaggio dell'atto di citazione in cui si legge che il marito della Omissis si recò, la mattina del 3 febbraio 2005, presso il dott. Omissis "rappresentando puntualmente al medesimo la sintomatologia accusata dalla coniuge e sollecitandolo a sottoporla a visita domiciliare" e che, nel corso della successiva visita pomeridiana, "eseguito lo stick glicemico, che evidenziava la presenza di un livello glicemico pari a 525", il medico "prescriveva di iniziare il trattamento insulinico a domicilio".
Inoltre, quanto al proposto ricovero, l'unico (stralcio di) atto trascritto è quello della memoria attorea ex art. 183, comma 5, cod. proc. civ., dalla quale, peraltro, risulta che la circostanza venne invece contestata: "anche nella denegatissima ipotesi in cui dovesse corrispondere al vero che Omissis rifiutò il trattamento sanitario (...)".
6.3. Il quarto motivo di ricorso è, egualmente, inammissibile.
6.3.1. Sul punto mi sembra debba muoversi da quanto ancora di recente ribadito da questa Corte, ovvero che "qualora il giudice di merito sussuma erroneamente sotto i tre caratteri individuatori della presunzione (gravità, precisione e concordanza) fatti concreti che non sono invece rispondenti a quei requisiti, il relativo ragionamento è censurabile in base all'art. 360, n. 3, cod. proc. civ. (e non già alla stregua del n. 5 dello stesso art. 360), competendo alla Corte di cassazione, nell'esercizio della funzione di nomofilachia, controllare se la norma dell'art. 2729 cod. civ., oltre ad essere applicata esattamente a livello di proclamazione astratta, lo sia stata anche sotto il profilo dell'applicazione a fattispecie concrete che effettivamente risultino ascrivibili alla fattispecie astratta" (Cass. Sez. 3, sent. 4 agosto 2017, n. 19485, Rv. 645496-02; in senso sostanzialmente analogo pure Cass. Sez. 6-5, ord. 5 maggio 2017, n. 10973, Rv. 643968-01; nonché Cass. Sez. 3, sent. 26 giugno 2008, n. 17535, Rv. 603893-01 e Cass. Sez. 3, sent. 19 agosto 2007, n. 17457, non massimata sul punto).
Nondimeno, per come concretamente formulato, il motivo appare nuovamente inammissibile.
Sul punto non pare inutile rammentare che in relazione ai caratteri della gravità, precisione e concordanza che debbono connotare le presunzioni questa Corte ha chiarito quanto segue. Ovvero, in particolare, che "la gravità allude ad un concetto logico, generale o speciale (cioè rispondente a principi di logica in genere oppure a principi di una qualche logica particolare, per esempio di natura scientifica o propria di una qualche «leges artis»)", esprimendo nient'altro che "la presunzione si deve fondare su un ragionamento probabilistico, per cui, dato un fatto A noto è probabile che si sia verificato il fatto B", non essendo, invece, "condivisibile invece l'idea che vorrebbe sotteso alla gravità che l'inferenza presuntiva sia «certa»" (così Cass. sez. 3, sent. 19485 del 2017, cit.).
Difatti, "per la configurazione di una presunzione giuridicamente valida non occorre che l'esistenza del fatto ignoto rappresenti l'unica conseguenza possibile di quello noto secondo un legame di necessarietà assoluta ed esclusiva (sulla scorta della regola della inferenza necessaria), ma è sufficiente che dal fatto noto sia desumibile univocamente quello ignoto, alla stregua di un giudizio di probabilità basato sull'«id quod plerumque accidit» (in virtù della regola dell'inferenza probabilistica), sicché il giudice può trarre il suo libero convincimento dall'apprezzamento discrezionale degli elementi indiziari prescelti, purché dotati dei requisiti legali della gravita, precisione e concordanza", dovendosi solo escludere "che possa attribuirsi valore probatorio ad una presunzione fondata su dati meramente ipotetici" (Cass. Sez. 3, sent. n. 17457 del 2007, cit.).
Quanto, invece, alla precisione, essa "esprime l'idea che l'inferenza probabilistica conduca alla conoscenza del fatto ignoto con un grado di probabilità che si indirizzi solo verso" di esso, mentre "non lasci spazio, sempre al livello della probabilità, ad un indirizzarsi in senso diverso, cioè anche verso un altro o altri fatti"; infine, la concordanza individua un "requisito del ragionamento presuntivo, che non lo concerne in modo assoluto, cioè di per sé considerato, come invece gli altri due elementi, bensì in modo relativo, cioè nel quadro della possibile sussistenza di altri elementi probatori, volendo esprimere l'idea che, intanto la presunzione è ammissibile, in quanto indirizzi alla conoscenza del fatto in modo concordante con altri elementi probatori, che, peraltro, possono essere o meno anche altri ragionamenti presuntivi" (così, nuovamente, Cass. sez. 3, sent. 19485 del 2017, cit.). Ciò premesso, nessuna delle censure che vengono proposte con il presente motivo si sostanzia nella denuncia di uno "scostamento" dei requisiti della gravità, precisione e concordanza dal modello testé delineato, rimanendo, piuttosto, sul piano di una generica contestazione dell'apprezzamento che il giudice di appello ha fatto delle risultanze istruttorie, ovvero un tipo di critica non consentita in questa sede, se è vero che "in tema di ricorso per cassazione, la deduzione avente ad oggetto la persuasività del ragionamento del giudice di merito nella valutazione delle risultanze istruttorie (...) attiene alla sufficienza della motivazione ed è, pertanto, inammissibile ove trovi applicazione l'art. 360, comma 1, n. 5), cod. proc. civ., nella formulazione novellata dal d.l. n. 83 del 2012, conv., con modificazioni, nella I. n. 134 del 2012" (Cass. Sez. 6-5, ord. 15 maggio 2018, n. 11864, Rv. 648686-01).
Né, d'altra parte, il motivo potrebbe trovare accoglimento in relazione alla censura che investe la scelta della Corte triestina di devolvere al consulente un quesito diretto, tra l'altro, a stabilire se le condizioni cliniche rilevate al momento del ricovero della Omissis consentissero di determinare le condizioni di salute all'atto della visita domiciliare effettuata dal dott. Omissis.
Al riguardo, infatti, trova applicazione il principio secondo cui "la delimitazione dell'oggetto della consulenza tecnica e la formulazione dei quesiti compiute dal giudice di merito, non sono censurabili in sede di legittimità" (Cass. Sez. 3, sent. 24 maggio 1972, n. 1630, Rv. 358453-01).
6.4. Il quinto motivo è in parte inammissibile e in parte non fondato.
6.4.1. Esso, per vero, quanto alla dedotta violazione dell'art. 2697 cod. civ., risulta formulato in termini tali da escluderne la stessa ammissibilità, visto che il ricorrente - sin dalla parte iniziale della sua illustrazione - afferma di "convenire in merito alla correttezza del principio di diritto formalmente enunciato dal Collegio triestino" (in ordine alla distribuzione degli oneri probatori relativamente all'inadempimento dell'obbligazione dell'esercente la professione sanitaria), precisando di non condividerne, invece, "l'applicazione che ne è poi conseguita".
Sul punto va, invece, ribadito che "il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un'erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l'allegazione di un'erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è, invece, esterna all'esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità" (da ultimo, Cass. Sez. 1, ord. 13 ottobre 2017, n. 24155, Rv. 645538-03).
In altri termini, perché possa aversi un "vizio di sussunzione", che è quanto si pretende sussistere nel caso in esame in relazione all'art. 2697 cod. civ., occorre che "l'accertamento in fatto operato dal giudice di merito sia considerato fermo ed indiscusso" (Cass. Sez. 3, ord. 13 marzo 2018, n. 6035, Rv. 648414-01), mentre proprio tale accertamento è quanto il ricorrente ha inteso, sotto plurimi profili, contestare. Errata, e dunque infondata, è poi l'affermazione del ricorrente secondo cui è onere del paziente/danneggiato (o, per esso, dei suoi eredi) dimostrare l'esistenza di un "contratto" con l'esercente la professione sanitaria, se è vero che "in tema di attività medico- chirurgica, anche il «contatto sociale» meramente fortuito ed informale, intercorso tra medico e paziente, è idoneo a far scattare i presidi della responsabilità contrattuale" (da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 3 ottobre 2016, n. 19670, Rv. 642601-01).
Del pari, non sussiste alcun obbligo per il paziente di "depositare la cartella clinica", visto, all'opposto, che non solo la sua assenza ma persino "l'eventuale incompletezza (...) è circostanza di fatto che il giudice può utilizzare per ritenere dimostrata l'esistenza di un valido nesso causale tra l'operato del medico e il danno patito dal paziente", a condizione, però, che "proprio tale incompletezza abbia reso impossibile l'accertamento del relativo nesso eziologico e il professionista abbia comunque posto in essere una condotta astrattamente idonea a provocare il danno" (Cass. Sez. 3, sent. 21 novembre 2017, n. 27561, Rv. 646472-01).
6.5. Né, d'altra parte, in relazione alle censure appena esaminate, assume rilievo - come il ricorrente, viceversa, ipotizza nella memoria ex art. 378 cod. proc. civ. - la questione relativa alla supposta efficacia retroattiva della legge 8 marzo n. 24, n. 17, che, nel qualificare in termini extracontrattuali la responsabilità degli esercenti la professione sanitaria, confermerebbe, una volta di più, a suo dire, l'abnorme applicazione, fatta dalla sentenza impugnata, dei principi in materia di ripartizione dell'onere probatorio e di ragionamento presuntivo. Sul punto, è sufficiente rilevare come l'inammissibilità delle censure formulate ai sensi degli artt. 2697 e 2729 cod. civ. esonerino questa Corte dal doversi interrogare sulla questione dell'operatività, "ex tunc" o "ex nunc", del summenzionato "ius superveniens".
6.6. Infine, il sesto motivo è nuovamente inammissibile.
6.6.1. Va, al riguardo, premesso che il vizio suscettibile di riconduzione al novellato testo dell'art. 360, comma 1, n. 5), cod. proc. civ., consiste in un'omissione che deve investire "non una «questione» o un «punto» della sentenza, ma un fatto vero e proprio, e quindi un fatto principale, ex art. 2697 c.c. (cioè, un fatto costitutivo, modificativo, impeditivo o estintivo), oppure secondario (cioè, dedotto in funzione di prova di un fatto principale)" (cfr., da ultimo, in motivazione Cass. Sez. 1, sent. 8 settembre 2016, n. 17761, R. 641174-01; in senso analogo - ovvero, sulla necessità che l'omesso esame investa sempre un "fatto storico, principale o secondario" - si veda anche Cass. Sez. 6-5, ord. 4 ottobre 2017, n. 23238, Rv. 646308-01).
Nel presente caso, invece, taluni dei "fatti" il cui esame sarebbe stato omesso consistono in elementi congetturali (ed esattamente, che il ritardo diagnostico addebitato al sanitario risulterebbe privo di influenza sul decesso della paziente), ovvero di carattere così generale (le concrete condizioni cliniche della stessa) da risultare, per ciò solo, privi del carattere della decisività, visto che il fatto decisivo è quello "idoneo a determinare un esito diverso della controversia" (cfr. Cass. Sez. 6-5, ord. 4 ottobre 2017, n. 23238, Rv. 646308-01), oppure si risolvono, in realtà, in valutazioni difensive (che gli arrossamenti cutanei di cui sopra, individuati dal personale infermieristico del reparto presso il quale la Omissis era ricoverata, "potessero" essere petecchie, mapule o papule, espressioni sintomatiche di uno shock settico già in atto), come tali sottratte all'operatività dell'art. 360, comma 1, n. 5), cod. proc. civ. (Cass. Sez. 2, sent. 14 giugno 2017, n. 14802, Rv. 644485-01).
Il tutto non senza rilevare che tali circostanze, come pure le altre il cui esame si assume omesso (quelle relative alle modalità di rilevazione delle piaghe di decubito, ovvero all'accertamento dei dati glicemici o, infine, all'invito rivolto alla paziente a ricoverarsi presso una struttura sanitaria), nella loro ampiezza ed eterogeneità, non possono ricondursi alla nozione di "fatto" decisivo di cui alla norma testé menzionata. Invero, come è già stato affermato, nitidamente, da questa Corte, ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 5), cod. proc. civ. (come "novellato" dall'art. 54, comma 1, lett. b, del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 134) "è evidente l'inammissibilità di censure, come quelle attualmente prospettate dal ricorrente, che evochino una moltitudine di fatti e circostanze lamentandone il mancato esame o valutazione da parte della Corte d'appello ma in realtà sollecitandone un esame o una valutazione nuova da parte della Corte di cassazione, così chiedendo un nuovo giudizio di merito, oppure chiamando «fatto decisivo», indebitamennte trascurato dalla Corte d'appello, il vario insieme dei materiali di causa" (così, in motivazione, Cass. Sez. Lav., sent. 21 ottobre 2015, n. 21439, Rv. 637497-01). 7. Anche il ricorso incidentale va rigettato.
7.1. I motivi primo e secondo non sono fondati. 7.1.1. Infatti, proprio sulla scorta della giurisprudenza citata dai controricorrenti, deve rilevarsi che lo scostamento dai massimi o dai minimi tabellari (evenienza, quest'ultima, ipotizzabile per la madre e il marito della Omissis, ma non pure per le sorelle, il cui danno è stato liquidato per un importo - C 30.000,00 - che è superiore al minimo previsto dalle tabelle applicate, ovvero C 23.740,00, donde l'infondatezza della censura, quanto al risarcimento disposto in loro favore, già sotto questo profilo), può avvenire, non in presenza di circostanze eccezionali, bensì solo a condizione di essere adeguatamente motivata (Cass. Sez. 3, sent. 23 febbraio 2016, n. 3505, Rv. 638919-01). Tale principio, peraltro, va applicato tenendo conto della riduzione del sindacato di questa Corte, sulla motivazione del provvedimento impugnato, al "minimo costituzionale", conseguente alla già segnalata "novellazione" del testo dell'art. 360, comma 1, n. 5), cod. proc. civ. (cfr. Cass. Sez. Un., sent. 7 aprile 2014, n. 8053, Rv. 629830-01, nonché, "ex multis", Cass. Sez. 3, ord. 20 novembre 2015, n. 23828, Rv. 637781-01; Cass. Sez. 3, sent. 5 luglio 2017, n. 16502, Rv. 637781-01; Cass. Sez. 3, sent. 12 ottobre 2017, n. 23940, Rv. 645828-01), la quale esclude che possano essere formulate censure alla sentenza impugnata sotto il profilo della "sufficienza" della motivazione, giacché la carenza di motivazione censurabile da questa Corte è, ormai, configurabile solo quando essa "benché graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perché recante argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento, non potendosi lasciare all'interprete il compito di integrarla con le più varie, ipotetiche congetture" (Cass. Sez. Un., sent. 3 novembre 2016, n. 22232, Rv. 641526-01). Ciò è da escludere, tuttavia, nel caso che occupa, avendo la Corte territoriale motivato lo scostamento dai minimi tabellari secondo criteri tutt'altro che imperscrutabili.
7.2. Neppure i motivi terzo e quarto sono fondati.
7.2.1. Essi lamentano la mancata valorizzazione di elementi specializzanti che avrebbero imposto di non discostarsi, nella liquidazione equitativa dei danni subiti dai congiunti della vittima primaria dell'illecito, dagli importi previsti dalle tabelle milanesi.
Al riguardo, va osservato che è corretta la premessa da cui muovono i ricorrenti incidentali, donde l'ammissibilità della censura, visto che in tema di liquidazione del danno non patrimoniale "l'omessa o erronea applicazione delle tabelle del Tribunale di Milano può essere fatta valere, in sede di legittimità, come violazione dell'art. 1226 cod. civ., costituendo le stesse parametro di conformità della valutazione equitativa alla disposizione di legge" (Cass. Sez. 3, sent. 21 novembre 2017, n. 27562, Rv. 646644-01). Nondimeno, la censura non risulta fondata, non potendo, nella specie, ravvisarsi alcun uso distorto del potere del giudice di determinare l'entità del danno risarcibile secondo la cd. "equità conformativa".
Giova, infatti, rammentare che "l'esercizio, in concreto, del potere discrezionale conferito al giudice di liquidare il danno in via equitativa non è suscettibile di sindacato in sede di legittimità", purché "la motivazione della decisione dia adeguatamente conto dell'uso di tale facoltà, indicando il processo logico e valutativo seguito" (da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 13 ottobre 2017, n. 24070, Rv. 645831-01; in senso analogo Cass. Sez. 1, sent. 15 marzo 2016, n. 5090, Rv.639029-01), essendosi anche precisato che "al fine di evitare che la relativa decisione si presenti come arbitraria e sottratta ad ogni controllo", occorre "che il giudice indichi, almeno sommariamente e nell'ambito dell'ampio potere discrezionale che gli è proprio, i criteri seguiti per determinare l'entità del danno e gli elementi su cui ha basato la sua decisione in ordine al «quantum»" (Cass. Sez. 3, sent. 31 gennaio 2018, n. 2327, Rv. 647590 - 01). D'altra parte, nella medesima prospettiva, si è sottolineato che il la liquidazione equitativa del danno risulta insindacabile in sede di legittimità, salvo che i criteri adottati "siano manifestamente incongrui rispetto al caso concreto, o radicalmente contraddittori, o macroscopicamente contrari a dati di comune esperienza, ovvero l'esito della loro applicazione risulti particolarmente sproporzionato per eccesso o per difetto" (da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 25 maggio 2017, n. 13153, Rv. 644406-01; nello stesso senso già Cass. Sez. 3, sent. 8 novembre 2007, n. 23304, Rv. 600376-01, Cass. Sez. 3, sent. 14 luglio 2004, n. 13066, Rv. 574567-01).
Nessuna di tali evenienze ricorre nel caso di specie, perché la Corte giuliana ha quantificato i danni motivando la propria decisione, astenendosi dal fare uso di criteri incongrui, radicalmente contraddittori o macroscopicamente contrari a dati di comune esperienza.
8. La reciproca soccombenza delle parti comporta l'integrale compensazione delle spese del presente giudizio.
9. A carico del ricorrente principale e di quelli incidentali, stante il rigetto delle rispettive impugnazioni, sussiste l'obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi dell'art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115.10.
Non sussistono, infine, i presupposti per l'esercizio del potere ex art. 89 cod. proc. civ. (sollecitato dal ricorrente), visto che l'impiego di espressioni sconvenienti o offensive va esclusa allorché il ricorso ad un'accentuata "vis polemica" non risulti "dettato da un passionale e incomposto intento dispregiativo, rivelando un intento offensivo nei confronti della controparte, ma, conservando pur sempre un rapporto, anche indiretto, con la materia controversa, senza eccedere dalle esigenze difensive" (da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 5 maggio 2009, n. 10288, Rv. 608174-01).
PQM La Corte rigetta il ricorso principale e quello incidentale e compensa integralmente tra le parti le spese del presente giudizio. Ai sensi dell'art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, nel testo introdotto dall'art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, la Corte dà atto della dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e dei ricorrenti incidentali, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13. Così deciso in Roma, all'esito di pubblica udienza della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 6 luglio 2018.

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