messa in commercio di farmaci imperfetti e non controllati - risarcimento del danno - vioxx ed infarto - dimostrazione del danno

02/01/2019 n. 2 - Tribunale reggio calabria sezione seconda

Tuttavia, come si è preannunciato, l’attrice non ha assolto all’onere di dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la patologia sofferta (infarto acuto del miocardio) e l’assunzione del farmaco VIOXX prodotto dalla società convenuta, circostanza che assorbe tutte le altre questioni oggetto di causa.

Con atto di citazione, iscritto a ruolo il 27.6.2011, l’attrice ha adito codesto Tribunale, evocando in giudizio i convenuti meglio generalizzati in epigrafe, esponendo innanzitutto le vicende relative all’immissione in commercio del farmaco VIOXX, prodotto dalla casa farmaceutica Merck Sharp & Dohme , che era stato approvato dalla Food and Drug Administration il 21.5.1999, ma che già a fine agosto 2004 varie ricerche scientifiche avevano individuato come causa di migliaia di morti cardiache improvvise (circa 27.000, a mente degli studi scientifici citati nell’atto introduttivo), tanto che era stato ritirato dal commercio in data 30.9.2004.

Illustrando dettagliatamente lo sviluppo degli accertamenti, dai quali era emerso che già dal 1999 la casa produttrice aveva conosciuto gli effetti cardiotossici del farmaco, che erano stati evidenziati anche nel corso di processi intentati in America contro la casa produttrice, riferiva che in Italia l’approvazione del farmaco era intervenuta nell’anno 2000 con delibera del Ministero della Salute, e nel 2003 era uno degli antinfiammatori più usati sul territorio nazionale. Anche all’istante, in seguito ad intervento chirurgico subito nel ottobre 2003 era stata prescritta l’assunzione di tale farmaco, e la terapia era stata eseguita dalle dimissioni dell’8.10.2003, con successiva reiterazione della terapia con prescrizione del 19.11.2003.

Lamentava l’istante che dopo avere assunto per lunghi periodi il suddetto farmaco, fino al 23.6.2004, in data 27.9.2004 era stata colpita da infarto miocardico acuto, diagnosticato in sede ospedaliera , venendo sottoposta in data 15.11.2004 a intervento di PTCA ed impianto di stent nel tratto prossimale dell’arteria discendente anteriore.

Illustrando in fatto e diffusamente la “storia del VIOXX” attraverso gli studi scientifici reperibili, le cui evidenze avevano da tempo allarmato per gli effetti collaterali del farmaco, che avevano condotto al ritiro dal commercio, che però era stato ingiustificatamente proposto come “ritiro precauzionale” e sottovalutato, illustrava altresì in diritto le responsabilità ascrivibili ai convenuti per le omissioni in cui erano incorsi; in particolare l’AIFA ed il Ministero della Salute in rapporto ai loro doveri di farmaco vigilanza, che avrebbero imposto l’indicazione di controindicazioni per i soggetti portatori di rischio cardiovascolare, quale era l’istante, che invece aveva da subito assunto forti dosi del VIOXX , che aveva volto un ruolo concausale provocando un evento infartuale.

Deduceva altresì le responsabilità della società produttrice del farmaco, Merck Sharp & Dohme, ai sensi del Codice del Consumo di cui al decreto legislativo n 206 del 2005, che accollava al produttore la responsabilità dei danni cagionati dai difetti del prodotto (art 114 e 117 del Codice del Consumo); ribadiva come incombesse alla attrice l’onere solo di dimostrare il danno subito, e la connessione causale tra il difetto del prodotto ed il danno conseguente, a supporto del quale produceva una relazione medica di parte che ricollegava all’assunzione del Vioxx gli eventi lesivi occorsi all’attrice dal 2004.

Ricordando che il diritto al risarcimento si prescriveva nel termine di cinque anni da quando il fatto si era verificato, e che tale termine aveva iniziato il suo corso solo dal 30.9.2004, data del fatto lesivo (e comunque l’istante aveva provveduto a interrompere il termine prescrizionale inviando ripetutamente missive di richiesta del risarcimento, tutte rimaste senza esito); ricordando che la responsabilità era ravvisabile ex art 2050 cc, per esercizio di attività pericolose; ovvero per fatto illecito e art 2043 o 2059 cc (ed ancora illustrava i precedenti americani) chiedeva il risarcimento del danno causatole dal predetto farmaco.

A tal fine, richiamando i principi in materia di risarcimento del danno biologico affermati sin dal 1986 dalla Corte Costituzionale, con la storica sentenza n. 184, quantificava il danno in euro 60.000 a titolo di ristoro del danno alla salute, che risultava compromessa per un danno biologico permanente del 20%, ed ulteriori euro 50.000 per il danno morale causato alla danneggiata; inoltre esponeva una ulteriore liquidazione di euro 60.000 per il danno esistenziale , dovuto all’incidenza degli eventi lesivi sulla vita di relazione della esponente; infine un danno patrimoniale per euro 5.000 a ristoro delle spese sopportate per le cure mediche conseguite all’evento (e così in totale un danno di euro 175.000.).

Concludeva quindi perché venisse accertata la responsabilità della Merck Sharp & Dohme per aver dolosamente posto in commercio il medicinale VIOXX, causa di eventi cardiaci negativi, che avevano causato danni alla collettività ed all’attrice ex art 2043 e 2059 cc; e per aver messo in commercio un prodotto pericoloso ai sensi dell’art 117 del codice del consumo; accertare altresì la responsabilità del Ministero della Salute e dell’Agenzia Italiana del Farmaco , ai sensi dell’art 2050 cc, per avere il primo autorizzato la commercializzazione del prodotto e il secondo per averlo mantenuto in commercio; condannando tutti i corresponsabili in solido al risarcimento del danno causato all’istante, per le varie voci illustrate, per complessivi euro 175.000, oltre accessori, anche da liquidarsi in via equitativa ex art 1226 cc.

Si sono costituiti l’AIFA ed il Ministero della Salute con unica comparsa di risposta depositata il 28.10.2011, tramite l’Avvocatura dello Stato, che ha eccepito in principalità il difetto di giurisdizione dell’AGO, posto che l’attrice si doleva del provvedimento amministrativo autorizzativo la commercializzazione del farmaco.

In ogni caso, negavano che potessero muoversi addebiti agli enti comparenti, in quanto la commercializzazione era stata autorizzata in altri stati membri dell’Unione europea (e già prima negli Stati Uniti), e principi di mutuo riconoscimento ne avevano determinato la conseguente autorizzazione al commercio anche in Italia; inoltre il farmaco era stato sottoposto da quel momento a continue verifiche, i cui esiti erano stati puntualmente diffusi, fino al momento in cui la causa produttrice aveva ritenuto di ritirare il prodotto dal commercio. Dopo quella determinazione era stata capillarmente curata l’informazione dell’opinione pubblica, il divieto di vendita, la sospensione delle sperimentazioni e il ritiro di tutte le confezioni.

Ribadivano l’assenza di responsabilità nella diffusione e commercializzazione del prodotto in Italia, e quindi in diritto il difetto di legittimazione passiva dei comparenti; in ogni caso l’insufficienza della assunzione del farmaco da parte dell’attrice per la giustificazione dei danni lamentati; ed in ogni caso l’esistenza di fattori di rischio in capo all’istante, che lasciavano pensare ad errori di prescrizione, non imputabili certamente agli enti evocati in giudizio.

Eccepivano anche la prescrizione del diritto, ormai maturata dopo l’evento dannoso del settembre 2004, e concludevano chiedendo in principalità l’inammissibilità o il rigetto con qualsiasi statuizione dell’avversa domanda; in ogni caso la condanna della società produttrice a tenere indenni gli enti dalle conseguenze sfavorevoli dell’emananda sentenza.

Con comparsa di risposta depositata il 2.11.2011 si è altresì costituita la società Merck Sharp & Dohme, evidenziando come per sua stessa ammissione l’istante presentasse rischi di infarto miocardico indipendenti dall’assunzione del farmaco, quali l’ipertensione arteriosa, l’obesità l’iperglicemia, ipercolesterolemia, l’iperuricemia, l’età avanzata, fattori tutti che erano ricavabili dalla cartella clinica dell’intervento chirurgico; inoltre l’asserita assunzione continua del farmaco non era supportato da adeguato corredo probatorio documentale, non essendo stata prodotta né la prescrizione originale, né prove di acquisto del farmaco, e negando che la dichiarazione resa dal dr Russo non aveva alcun valore probatorio; produceva e richiamava precedenti decisioni su analoghe controversie proposte in altri tribunali, che avevano rigettato la domanda risarcitoria.

Affermava l’insussistenza di nesso causale e collegamento temporale fra l’asserita assunzione di VIOXX e l’infarto miocardico, che si sarebbe manifestato a distanza di mesi dalla cessazione della cura, mentre il farmaco dimezzava la sua presenza nell’organismo assuntore dopo circa 17 ore dall’assunzione ; illustrava dettagliatamente le vicende attinenti la commercializzazione del farmaco ed il ritiro dello stesso, l’immediata diffusione da parte della produttrice di ogni indagine e sperimentazione del farmaco, le caratteristiche del prodotto. Rappresentava che la Commissione europea di valutazione dei rischi aveva effettuato un’accurata indagine, esprimendo valutazioni positive per l’immissione in commercio o il mantenimento dell’autorizzazione, e ciò nonostante era stato adottato il ritiro volontario del farmaco dalla casa produttrice, pur se non erano stati accertati legami tra l’assunzione del prodotto e l’aumento dei rischi vascolari.

Contestava puntualmente tutte le affermazioni di parte attrice, anche in relazione ai “precedenti” di altri paesi, in diritto contestava l’inapplicabilità delle disposizioni del codice del consumo, stante la specificità della regolamentazione della sicurezza dei farmaci; l’inapplicabilità dell’art. 2050 cc, o comunque l’insussistenza di responsabilità a termini di tale norma; l’insussistenza di responsabilità ai sensi dell’art 114 del codice de consumo e l’assenza di caratteristiche di “difettosità” del Vioxx, l’assenza di nesso causale , mai provato dall’attrice.

Infine, contestando la ravvisabilità di responsabilità anche ai sensi dell’art 2043 cc , e negando la sussistenza di tutte le voci di danno, patrimoniale e non, richieste dalla Ch., ha concluso per l’infondatezza nel merito della domanda e per il rigetto di essa, con vittoria di spese.

Concessi alle parti alla prima udienza i termini ex art 183 cpc , sulla scorta delle memorie istruttorie con ordinanza del 8.4.2013 è stata disposta CTU medico-legale, incaricandone il dr Sa. Fr. Ma., che depositava relazione scritta e successivamente relazione integrativa (in esito alle richieste formulate con successiva ordinanza del 9.5.2014).

Con successiva ordinanza del 11.5.2016 il giudicante dispone il rinnovo dell’indagine peritale, affidandone l’incarico a sanitario specialista in medicina legale e cardiologia, dr Gi. An. Li..

Questi assumeva l’incarico all’ud del 16.6.2016 e depositava elaborato scritto in data 3.11.2016;

in esito allo stesso, le parti precisavano le conclusioni e la causa all’udienza del 17.5.2018 era assegnata a sentenza con concessione dei termini ex art. 190 c.p.c; di cui le parti hanno profittato, depositando memorie conclusionali

Diritto
Motivi della decisione
L’eccezione di difetto di giurisdizione proposta dal Ministero e dall’AIFA non è fondata: l’intento della attrice è evidentemente quello di conseguire il risarcimento del danno asseritamente causatole dall’assunzione di un farmaco ammesso ed autorizzato dal sistema sanitario italiano, al quale imputa un concorso di responsabilità per difetto dell’esercizio dei poteri di vigilanza sui prodotti destinati all’uso sanitario. Non è in questione la legittimità di un provvedimento amministrativo, ma la tutela del diritto alla salute che sarebbe stato inciso anche in conseguenza di condotte omissive degli organi deputati ai controlli.

Nel merito invece la domanda è infondata, e tale conclusione, che raccoglie anche gli esiti dell’istruttoria svolta attraverso l’espletamento di due consulenze medico-legali con esiti differenti, dei quali meglio si dirà, supera e rende superflua l’indagine sulle altre preliminari questioni di diritto, la cui soluzione non potrebbe comunque giungere ad esiti diversi per il processo.

La legittimità della decisione che non si soffermi su tutte le questioni preliminari, ma si fondi direttamente sulla cd “ragione più liquida” è stata ripetutamente sancita dalla giurisprudenza di legittimità: cfr. da ultimo Cass Sez. 5 – , Sentenza n. 11458 del 11/05/2018 “In applicazione del principio processuale della “ragione più liquida”, desumibile dagli artt. 24 e 111 Cost., la causa può essere decisa sulla base della questione ritenuta di più agevole soluzione, anche se logicamente subordinata, senza che sia necessario esaminare previamente le altre, imponendosi, a tutela di esigenze di economia processuale e di celerità del giudizio, un approccio interpretativo che comporti la verifica delle soluzioni sul piano dell’impatto operativo piuttosto che su quello della coerenza logico sistematica e sostituisca il profilo dell’evidenza a quello dell’ordine delle questioni da trattare ai sensi dell’art. 276 c.p.c.” (conformemente già Cass. Sez. 6 – L, Sentenza n. 12002 del 28/05/2014 e Cass Sez. U, Sentenza n. 9936 del 08/05/2014)

L’istante ha prospettato molteplici e diverse ragioni di responsabilità dei convenuti, invocando l’applicabilità degli art 2043,2049 e 2050 del codice civile, la violazione del “principio di precauzione” nell’ordinamento internazionale (Principio n 15 della Dichiarazione di Rio sull’ambiente e Sviluppo); la responsabilità del produttore società Merck Sharp & Dohme per aver messo in commercio un farmaco difettoso , ai sensi degli art. 103 e 114 del Codice del Consumo; la violazione degli obblighi di vigilanza sulla sicurezza dei farmaci autorizzati da parte del Ministero della Salute e dell’AIFA e la cui commercializzazione non era stata impedita nonostante fossero emerse le criticità e pericolosità del prodotto, che alla fine era stato ritirato dallo stesso produttore.

Tutte queste forme di responsabilità tuttavia presuppongono che il soggetto che le invoca possa dimostrare di avere subito un danno, ovvero si faccia carico di provare l’esistenza del rapporto causale tra l’assunzione del prodotto ed il danno che dalla stessa ne sarebbe derivato, circostanza che legittima l’attore a proporre la domanda di risarcimento.

La necessità di dimostrare l’esistenza del nesso causale è espressamente richiamata dagli art 2043, 2049 e 2050 del codice civile, che subordinano il riconoscimento di un ristoro al verificarsi di un danno causato dalle condotte commissive, omissive o di difetto di precauzioni o di vigilanza ad opera del soggetto titolare della posizione di garanzia, del committente, dell’agente.

Anche per il codice del consumo la responsabilità è collegata alla causazione di un danno, ovvero all’esistenza di un fatto lesivo ed al nesso causale che lo collega al prodotto difettoso: l’art. 114 del D.legisl 206 del 2005 , come succ modificato, invocato dall’attrice, rubricato “Responsabilità del produttore”, recita “Il produttore e’ responsabile del danno cagionato da difetti del suo prodotto.”

Parimenti, per poter invocare l’omissione di vigilanza a carico delle autorità statali preposte (Ministero ed AIFA) è necessario che l’attore sia portatore dell’interesse che lo legittima attivamente all’azione (art 112 cpc); interesse che presuppone la lesione di una posizione di diritto tutelabile secondo l’ordinamento (nella specie, il diritto alla salute, la cui tutela ha rango costituzionale ) ma che sia correlato proprio alle condotte omissive denunciate.

Tuttavia, come si è preannunciato, l’attrice non ha assolto all’onere di dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la patologia sofferta (infarto acuto del miocardio) e l’assunzione del farmaco VIOXX prodotto dalla società convenuta, circostanza che assorbe tutte le altre questioni oggetto di causa.

L’accertamento è stato avviato a mezzo di un’indagine tecnica di contenuto medico-legale, finalizzata a comprendere e verificare se l’assunzione del farmaco avesse potuto concorrere almeno con efficienza concausale- al verificarsi della patologia; per tale ragione è stato conferito incarico ad un primo CTU, dr Sa. Ma.; il cui elaborato tuttavia è risultato affetto da molteplici carenze e criticità, tanto da imporre la rinnovazione delle operazioni, affidate a medico specialista sia in cardiologia che in medicina legale, dr Gi. An. Li., la cui relazione, che ha escluso la relazione causale suddetta, appare idonea a supportare la decisione.

Quest’ultimo consulente, in ottemperanza all’incarico, dettagliatamente formulato con l’ordinanza del 11.5.2016 ha esaminato i documenti prodotti dalle parti, attraverso questi ricostruendo la storia clinica dell’attrice per la parte che interessa la presente controversia, rilevando:

– che la Ch. era stata colta da IMA in data 27.9.2004; e che già la lettura della cartella clinica redatta in occasione del ricovero di un anno prima, il 23.9.2003 per artroprotesi del ginocchio, rivelava che l’attrice presentava numerosi fattori di rischio cardiovascolare, ovvero familiarità, ipertensione con ipertrofia ventricolare sinistra, obesità, sedentarietà;

– altro fattore di rischio sopravvenuto, ovvero l’ipercolesterolemia , era stato riscontrata in occasione del ricovero per Infarto miocardico del settembre 2004;

– il VIOXX era stato prescritto per dosi da 25 mg/die per dieci giorni dal 8.10.2003 (dimissioni dall’intervento di artroprotesi), poi ulteriore prescrizione per 15 giorni dal 19.11.2003; in conseguenza la prescrizione era stata documentata per 25 giorni in tutto non continuativi, e intervallati da un mese fra l’una e l’altra assunzione;

– successivamente la Ch. aveva affermato di avere continuato ad assumere il farmaco fino al 23.6.2004, ovvero tre mesi prima dell’evento infartuale (pur senza precisare per quanto tempo e con quale frequenza, limitandosi a dire “anche quotidianamente per lunghi periodi”).

– che gli studi più accreditati sugli effetti del VIOXX avevano segnalato maggior incidenza di eventi trombotici solo dopo 18 mesi di trattamento continuativo al dosaggio di 25 mg /die (Studio APPROVE) ; altri avevano esaminato gli effetti di somministrazioni di dosaggio doppio (50 mg/die – studio VIGOR) ; comunque avevano rilevato come il rischio di infarto cresceva dopo 6-13 giorni di terapia con Vioxx , si manteneva stabile per i 7 giorni successivi la sospensione del trattamento;

scompariva dopo 8 giorni senza terapia (studio Levesque del 2006);

– che , a detta dal CTU dr OMIssis Il tipo di utilizzo del farmaco (discontinuo) e la sua durata (sette mesi e quindici giorni) nonché il tempo intercorso di tre mesi e quattro giorni, tra la verosimile ultima assunzione 23.6.2004 e l’insorgenza dell’evento acuto coronarico 27.9.2004, non permettono di inserire il caso in esame in uno dei casi riscontrati negli studi citati”; restando quindi escluso che l’entità e modalità di assunzione del farmaco effettuata dall’attrice consentissero di associare il caso a quelli di studio : è evidente dai dati sin qui indicati che già secondo le indicazioni e dichiarazioni dell’attrice la quantità di farmaco e tempi e durata di assunzione sono incomparabilmente inferiori rispetto a quelli presi in esame dagli studi citati, e addotti dalla paziente a sostegno della propria tesi difensiva.

– Il CTU dr Omissis ., sulla scorta di tali riscontri (e di una assai più articolata descrizione delle caratteristiche del farmaco, del principio attivo, degli effetti sull’organismo, per i quali deve interamente farsi richiamo e rimandarsi alla lettura di tutto l’elaborato peritale) ha concluso affermando l’impossibilità di riconoscere con ragionevole certezza un nesso causale tra la discontinua assunzione del Vioxx e l’evento infartuale sofferto dall’attrice (testualmente il CTU ha così concluso: “Per quanto sopra, considerata la presenza nella Omissis di fattori di rischio per eventi cardiovascolari maggiori, pur ritenendo possibile in via teorica, per il meccanismo farmacologico, una azione favorente del Vioxx nel determinarsi dell’evento infartuale, non si ritiene poter affermare con criterio di certezza o di alta probabilità, alla luce degli studi presenti in letteratura, la sussistenza di un nesso di causalità tra l’assunzione del Vioxx, peraltro discontinua, e l’evento infartuale sofferto dalla attrice”.

A fronte delle osservazioni critiche del CTP dell’attrice, il CTU ha completato l’elaborato, integrando la motivazione, precisando i punti oggetto delle osservazioni, ma ribadendo, anche dopo i rilievi di parte, le proprie conclusioni.

La relazione del CTU Li. appare (ponendosi nel solco dei fatti presupposti dal CTU), smentire le deduzioni poste a fondamento della domanda; pur se potrebbe restare, dai termini adoperati dal consulente , una qualche rilevanza (pur labile) dell’assunzione del farmaco nel determinismo lesivo cardiaco; ciò in considerazione dell’inciso che si legge nelle conclusioni “…pur ritenendo possibile in via teorica, per il meccanismo farmacologico, una azione favorente del Vioxx nel determinarsi dell’evento infartuale…”

L’azione favorente, peraltro riconosciuta solo in via teorica richiederebbe una più accurata indagine ed in approfondimento maggiore al fine di “pesarne” la portata: tuttavia il CTU anche in tale affermazione muove da presupposti maggiormente favorevoli all’attrice e diversi da quelli dai quali si devono prendere le mosse in ambito processuale.

Infatti il CTU assume e ritiene provate circostanze meramente dichiarate dall’attrice, ma che non sono state dalla stessa dimostrate, e sono espressamente contestate dalla società convenuta, che fin dalla prima difesa ha negato che il Vioxx fosse stato mai prescritto alla omissis ., e che non risultava dalla stessa mai acquistato né effettivamente ingerito.

Le contestazioni della Merck Sharp & Dohme sono infondate laddove negano che sia stata documentata la prescrizione del farmaco ad opera del medico (in ciò smentite dalle prescrizioni dell’ortopedico, in atti acquisite, all’atto delle dimissioni dell’8.10.2003 e del 23.9.2003, indicate anche dal CTU). Sono invece pertinenti e paralizzanti la domanda, laddove negano che siano state supportate le indicazioni di effettivo utilizzo del Vioxx nelle quantità e per i periodi indicati dall’attrice.

Non si rinviene in atti alcuna prova documentale né richiesta istruttoria volta a dimostrare tali circostanze; la certificazione postuma del dr Russo non è certamente idonea a fornire documentare l’effettiva assunzione del farmaco.

Nel processo civile la prova può acquisirsi anche solo per la ammissione o non contestazione del convenuto dei fatti posti a fondamento della domanda; ma se l’allegazione dell’attore è contestata, questi è onerato di fornire idonea prova, non potendo il giudice avvalersi in tal caso delle mere affermazioni di parte.

Invece neppure dopo la difesa e puntuale contestazione contenuta nella comparsa di risposta della Merck Sharp & Dohme , neppure in occasione del deposito delle memorie istruttorie cui le parti sono state abilitate ex art 183 cpc, l’attrice ha provato o chiesto di provare di avere effettivamente assunto il farmaco nei dosaggi e per i periodi che ha indicato.

Fra le richieste istruttorie formulate da parte attrice, nessuna tende a dimostrare l’effettiva assunzione del farmaco né la durata effettiva del trattamento; anzi, relativamente al periodo successivo ai 15 giorni della seconda prescrizione (novembre 2003) manca anche una precisa allegazione che consenta di chiarire cosa la attrice abbia inteso con assunzione “saltuaria”;

circostanze tutte che minano la possibilità di porre a fondamento dell’indagine peritale e della decisione gli assunti della omissis .

In tale contesto, anche le valutazioni del secondo CTU vanno ridimensionate, venendo meno di fatto anche la prova di quell’assunzione limitata nel tempo e nei dosaggi addotta dalla parte, e venendo meno la possibilità di considerare questa un fattore “favorente” l’evento infartuale, in una condizione fisica minata da molteplici fattori di rischio estranei all’assunzione del farmaco, che oltretutto fra l’intervento di artroprotesi ed il ricovero per IMA si erano incrementati di uno ulteriore, ovvero dell’ipercolesterolemia, riscontrata solo in occasione del ricovero per IMA del settembre 2004.

A fronte di tali rilievi non può ritenersi supportata in alcun modo la domanda , innanzitutto per l’impossibilità di riconoscere l’esistenza del nesso causale fra (non documentata) assunzione del farmaco ed il verificarsi dell’evento cardiaco.

I rilievi suddetti privano totalmente di pregio la prima relazione peritale, del CTU dr Sa. Ma., che ha omesso di considerare innanzitutto l’effettiva assunzione del farmaco e le incertezze in ordine alla circostanza; e che è del tutto immotivata a carente anche nel rapportare le risultanze degli studi clinici e scientifici al caso concreto, e la comparabilità delle sperimentazioni al caso in esame (per quantità del dosaggio/die e periodo di trattamento) comparabilità motivatamente esclusa dal secondo CTU, e che ha ritenuto la concorrente efficienza causale del farmaco (quale fattore di accelerazione ed aggravamento) di condizioni patologiche pregresse.

La prima CTU omette oltretutto di spiegare- a fronte di studi clinici che limitavano la dannosità del trattamento ai soli primi 8 giorni dal termine della terapia (studio Levesque del 2006)- per qual ragione comunque, oltre tre mesi dopo la cessazione della (meramente supposta) assunzione del farmaco questo avrebbe avuto ancora effetti così rilevanti da potervi riconoscere l’esistenza di una concorrente efficienza causale nel determinismo dell’infarto.

I rilevi della parte attrice contenuti anche nelle difese conclusionali appaiono assolutamente inidonei ed inadeguati a superare le argomentazioni appena espresse e persino a fornire argomentate ragioni di critica alle risultanze peritali del secondo CTU, non foss’altro perché la memoria conclusionale depositata da parte attrice risulta essere per buona parte una acritica e pedissequa trascrizione (con il sistema cd del “copia ed incolla” ) di articoli vari, reperibili sui siti informatici (circostanza ben evidenziata dalla difesa nelle note di replica ex art 190 cpc dalla società convenuta) il cui linguaggio “ad effetto”, non consono alla funzione delle note difensive, prescinde da una argomentata illustrazione degli elementi acquisiti nel presente giudizio e necessari per supportare la domanda.

Il conseguente rigetto della domanda non comporta, nonostante la soccombenza dell’attrice, anche la condanna alle spese di lite , che possono essere interamente compensate fra le parti, sul presupposto che comunque per definire la controversia sono state disposte due consulenze medico-legali, i cui esiti sono risultati difformi; e sull’ulteriore considerazione che il ritiro del farmaco dal commercio ad opera della società produttrice, evidentemente per incertezze sugli effetti collaterali dello stesso (sia pur in diversi contesti, e per maggiori quantità e durata della somministrazione anche rispetto a quelli meramente dichiarati dall’attrice), possono configurare quelle “eccezionali” ragioni che giustificano la deroga alle ordinarie regole di attribuzione delle spese di lite.

Anche le spese delle due CTU , come liquidate in corso di causa, restano interamente compensate fra le parti

PQM

Uditi i procuratori delle parti costituite, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta con atto di citazione in epigrafe, iscritto a ruolo il 27.6.2011, così provvede:

– rigetta la domanda;

– spese di lite interamente compensate fra le parti, ivi comprese quelle delle CTU già liquidate in corso di causa.

Così deciso in Reggio Calabria 01.01.2019

Depositata in Cancelleria il 02/01/2019