La paziente rifiuta l'operazione. Deve essere adeguatamente informata delle conseguenze.

11/12/2023, n.34395 - Cassazione civile sez. III,

Le conseguenze dannose che derivino, secondo un nesso di regolarità causale, dalla lesione del diritto all’autodeterminazione, verificatasi in seguito ad un atto terapeutico eseguito senza la preventiva informazione del paziente circa i possibili effetti pregiudizievoli, e dunque senza un consenso legittimamente prestato, devono essere debitamente allegate dal paziente, sul quale grava l’onere di provare il fatto positivo del rifiuto che egli avrebbe opposto al medico, tenuto conto che il presupposto della domanda risarcitoria è costituito dalla sua scelta soggettiva (criterio della cd. vicinanza della prova), essendo, il discostamento dalle indicazioni terapeutiche del medico, eventualità non rientrante nell'”id quod plerumque accidit

P.M. ricorre, sulla base di otto motivi, per la Cassazione della sentenza n. 7705 del 2019 della Corte di appello di Roma, esponendo che:

– S.R. aveva convenuto in giudizio la (Omissis) s.p.a., quale società di gestione della (Omissis), allegando che le era stato diagnosticato un polipo nel colon sinistro, con conseguente necessità di polipectomia per via chirurgica, date le dimensioni del peduncolo e considerato che le biopsie avevano evidenziato una formazione sospetta;

– l’intervento era stato eseguito dal deducente;

– il successivo esame istologico aveva confermato la diagnosi di tumore maligno;

– era accaduto che nel quarto giorno post-operatorio la paziente aveva presentato sintomi di peritonite, con accertata presenza del distacco di uno dei punti di sutura colica, tipica complicanza dell’intervento subito, con conseguente nuovo intervento chirurgico di resezione del tratto di colon perforato;

– S. si era quindi nuovamente ricoverata presso la clinica per l’intervento di ricanalizzazione del tratto intestinale, ma la stessa aveva mostrato subito non correlate complicazioni cardiache, cui era seguito un altro intervento di laparotomia esplorativa che aveva reso necessario rinviare la canalizzazione;

era stata esclusa la presenza di ulteriori formazioni cancerogene, e la paziente aveva infine rifiutato la ricanalizzazione del retto preferendo rimanere in condizioni di stomizzata;

– S. aveva chiesto quindi il risarcimento dei danni anche non patrimoniali correlati a quella che aveva ritenuto una condotta medica pregiudizievole e colposamente causale;

– con successiva comparsa era intervenuto volontariamente il marito di S., F.I., domandando il risarcimento dei propri danni, in particolare non patrimoniali, indicati come conseguenti alla lesione subita dalla moglie;

– si era costituita la società (Omissis) eccependo la prescrizione del diritto risarcitorio vantato da F., a titolo come tale extracontrattuale, e chiedendo e ottenendo di chiamare in causa il deducente per essere tenuta indenne;

– il Tribunale aveva accolto la domanda condannando la società e il medico deducente, in solido, al risarcimento sia in favore di S. che di F., e dichiarando il diritto di rivalsa della società quanto all’intera somma dovuta ai due istanti per effetto della decisione;

il Tribunale aveva aderito alle conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio secondo la quale pur se la lettura del protocollo operativo consentiva di osservare un intervento condotto con linearità nella ordinata successione dei tempi chirurgici, erano emersi elementi non condivisibili nella condotta della equipe chirurgica, o in ordine a un errore tecnico nel confezionamento della sutura, o in ordine alla caduta in terza quarta giornata di una escara necrotica da incauta coagulazione condotta in corso di intervento, sui margini di sezione colica;

– la responsabilità era stata imputata al 50% a P. e al 50% alla struttura;

– sulla base delle tabelle di liquidazione del danno alla persona adottate presso il Tribunale di Roma, accertata la presenza di postumi permanenti nella misura del 58%, oltre a un periodo di inabilità assoluta e poi parziale, e anche la violazione del consenso informato, il giudice di prime cure aveva liquidato il danno non patrimoniale con l’aggiunta di una personalizzazione del 40%, oltre al danno da lucro cessante, in uno al danno morale affermato come subito dal coniuge della vittima;

– la Corte di appello aveva escluso solo la personalizzazione del danno ritenuta non provata, mentre aveva confermato per il resto la decisione di prima istanza, osservando che l’interventore aveva ammissibilmente oltre che fondatamente vantato un diritto proprio, quale coniuge convivente con la vittima primaria, per gli stessi fatti; che non vi era violazione del contraddittorio quanto all’uso delle tabelle del Tribunale di Roma invece che quelle del Tribunale di Milano, atteso che nell’atto introduttivo la liquidazione del danno era stata richiesta equitativamente senza che per ciò solo fossero mutate le questioni di fatto scrutinate; che era stato richiesto il danno da lucro cessante, avanzando domanda per la corresponsione d’interessi compensativi; che nel merito la responsabilità medica era emersa dalla consulenza medica d’ufficio senza che potesse ostare il mero dissenso diagnostico allegato in contrario, con il supporto di una consulenza tecnica di parte inammissibilmente prodotta solo in secondo grado; che non aveva influenza l’allegazione per cui il consenso informato sarebbe stato raccolto non dal medico ma da altro soggetto, circostanza non esimente ma aggravante a fronte dell’accertata lacunosità e genericità nell’acquisizione del consenso stesso; che non poteva avere incidenza, in termini di preteso aggravamento o mancata riduzione del danno, il diniego di S. alla richiesta di sottoporsi a un’ulteriore intervento chirurgico riparatore, posta la legittimità di rifiutare l’affidamento a un medico di cui aveva perso fiducia e a fronte del fatto che la risolutività dell’ulteriore intervento era affermazione apodittica come tale non provata men che meno a mezzo dell’inammissibile produzione della consulenza di parte in seconde cure;

resistono con controricorso: S.R. e F.I., che hanno altresì proposto ricorso incidentale basato, ciascuno, su motivo unico; la (Omissis) s.p.a. che ha aderito a 7 dei motivi del ricorso principale, nei termini che si specificheranno, e ha proposto due motivi di ricorso incidentale;

le parti hanno depositato memorie.

RILEVATO che:

con il primo motivo di ricorso principale si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 40 e 41 c.p., art. 1218, c.c., poiché la Corte territoriale, senza rispondere alle contestazioni della consulenza tecnica esibita in seconde cure, avrebbe errato mancando di considerare che: la produzione della consulenza in parola in grado di appello era ammissibile non avendo posto questioni nuove ma solo approfondimenti; l’intervento era stato giudicato corretto dallo stesso perito giudiziale ed era stato efficace nella eradicazione della patologia tumorale, sicché, tenuto conto dell’alta incidenza statistica nella chirurgia del colon retto della complicanza intervenuta, le conclusioni in termini di responsabilità erano contraddittorie e illegittime; in particolare la deiscenza della sutura avrebbe dovuto considerarsi indipendente dalla verificazione di un errore tecnico nel confezionamento della stessa, dato che se quest’ultimo vi fosse stato si sarebbe verificato alla prima o seconda giornata e non, secondo il “timing” abituale della complicanza, alla quarta giornata; dunque, secondo la letteratura internazionale, il consulente d’ufficio aveva errato affermando che il confezionamento di un doppio strato di sutura sarebbe stata una condizione di protezione; tanto più illegittime erano state le criticate conclusioni in quanto era stato omesso, al contempo, l’apprezzamento dei fattori di rischio per deiscenza, quali l’obesità patologica oltre alla neoplasia stessa e all’arteriosclerosi, da cui era pacificamente affetta la paziente, come confermato, quanto al peso, dalle indicazioni della cartella clinica del primo ricovero; tanto più erronee erano state le criticate conclusioni in quanto della escara necrotica da incauta coagulazione ipotizzata non vi era traccia, come dimostrato dal fatto che si era provveduto a rimuovere l’intera area colica ove era stata eseguita la colotomia e quindi la sutura, e che il colon asportato era stato sottoposto a esame istologico, con la conseguenza che, ore vi fosse stata un’esca necrotica, questa sarebbe stata certamente descritta nel referto dell’anatomopatologo; sicché il consulente tecnico di ufficio aveva confuso una situazione di complicanza connaturata alle condizioni preesistenti della paziente e al tipo di intervento, con un’ipotesi di colpa;

con il secondo motivo del suddetto ricorso si prospetta la violazione e falsa applicazione degli art. 2697 c.c., art. 115 c.p.c., poiché la Corte territoriale avrebbe errato, anche per omesso esame, mancando di considerare che: avrebbe dovuto rispondere alle obiezioni alla perizia giudiziale evidenziate già nella prima censura, passando attraverso l’enunciato controfattuale e mostrando di aver verificato che con il comportamento alternativo dovuto vi sarebbero state apprezzabili probabilità di evitare se non di ridurre il danno, ferma l’esigenza di bilanciamento con la necessaria asportazione del tumore maligno a mente della quale la probabile complicazione gestibile sarebbe stata comunque da preferire rispetto all’aggravamento o protrazione della neoplasia;

con il terzo motivo di ricorso si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c., comma 2, poiché la Corte territoriale avrebbe errato mancando di considerare che: nella letteratura medica la canalizzazione rifiutata dalla paziente era indicata come completamento del percorso clinico dall’asportazione del polipo all’ultimazione della deviazione del tratto intestinale interessato dall’eradicazione stessa; la ricanalizzazione prevista e doverosa era stata indicata come assolutamente possibile dallo stesso consulente giudiziario, e avrebbe potuto portare alla guarigione o comunque alla riduzione dei postumi permanenti che tali non si potevano considerare perché non erano oggettivamente valutabili come non più suscettibili di regredire, sicché l’ingiustificato rifiuto di sottoporsi a ulteriore intervento, da parte di S., integrava concorso colposo incidente del creditore;

con il quarto motivo si prospetta l’erroneità della sentenza gravata in uno alla violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, poiché la Corte territoriale avrebbe errato omettendo di apprezzare e considerare che il deducente non era il medico che aveva raccolto il consenso, ferma l’intervenuta sottoscrizione dei moduli, mentre egli aveva spiegato alla paziente il percorso necessario, e, viceversa, S. non aveva allegato né provato che se correttamente informata avrebbe rifiutato di sottoporsi allo stesso intervento, come confermato dal silenzio motivazionale al riguardo del Collegio di merito;

con il quinto motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 105,267 c.p.c., art. 2697 c.c., poiché la Corte territoriale avrebbe errato mancando di considerare che l’intervento in giudizio di F. sarebbe stato ammissibile solo se finalizzato a vantare un diritto incompatibile con quello delle parti in lite ovvero perché portatore del medesimo diritto vantato dall’attore, ovvero ancora perché effettuato da titolare di posizione giuridica dipendente, mentre l’inventore aveva avanzato un diritto autonomo e del tutto diverso da quello dell’attrice;

con il sesto motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1226,2056,2059 c.c., art. 360 c.p.c., n. 5, poiché la Corte territoriale, anche in tal caso avallando la decisione del Tribunale, avrebbe errato, al contempo senza alcuna motivazione, mancando di liquidare il danno secondo le tabelle del Tribunale di Milano, ritenute dalla nomofilachia parametro per l’uniforme equità al riguardo, ed essendo pacifico che quelle del Tribunale di Roma, viceversa applicate, determinavano un ammontare il risarcitorio sensibilmente maggiore;

con il settimo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 101,112 c.p.c., poiché la Corte territoriale aveva avallato senza alcuna effettiva motivazione la decisione con cui il Tribunale, senza sottoporre la questione, incisiva sul quadro fattuale, al contraddittorio, non solo non aveva applicato le tabelle milanesi utilizzando invece quelle romane, ma aveva liquidato un danno da lucro cessante mai richiesto, applicando, con scienza privata, il tasso medio del rendimento dei titoli di Stato, indicato quale usuale modalità d’impiego del risparmio di parte delle famiglie italiane, più redditizia del mero saggio legale, sulla semisomma dei valori risarcitori all’epoca del sinistro e all’attualità, laddove la domanda era stata solo quella della corresponsione d’interessi compensativi oltre alla rivalutazione monetaria, con conseguente necessità di applicare i primi sulle somme anno per anno rivalutate secondo la nomofilachia specifica;

con l’ottavo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697,2056,1223,1226,1227 c.c., poiché la Corte territoriale avrebbe errato accordando, ancora in avallo della decisione di prime cure, un danno da lucro cessante, nella misura riferita nella precedente censura, rapportato a un guadagno meramente ipotetico e privo di prove anche indiziarie, il tutto su somma già rivalutata e dovendo invece detrarsi dalla somma base rivalutata quella a titolo di personalizzazione invece esclusa;

con il motivo di ricorso incidentale di S.R. si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., poiché la Corte di appello avrebbe errato negando la personalizzazione del danno, mancando di apprezzare le risultanze della consulenza giudiziale che, in specie, avevano attestato un angoscioso stato depressivo e ansioso;

con il motivo di ricorso incidentale di F.I. si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 91,92 c.p.c., poiché la Corte di appello avrebbe errato compensando per soccombenza reciproca le spese del grado che avevano riguardato il deducente il quale, però, non era stato affatto soccombente in seconde cure;

con il primo motivo di ricorso incidentale della s.p.a. (Omissis) si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., poiché la Corte di appello avrebbe omesso di pronunciarsi sulla censura di prescrizione del diritto risarcitorio aquiliano, non contrattuale e quindi quinquennale, di F., quale leso in punto di rapporto parentale;

con il secondo motivo di ricorso incidentale autonomo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1218,2043,2946,2947 c.c., poiché, per l’ipotesi di ritenuto rigetto implicito dell’eccezione di prescrizione di cui alla precedente censura, la Corte di appello avrebbe errato non considerando che nessun contatto negoziale e dunque contrattuale, in termini di spedalità, era ipotizzabile come intercorso tra la struttura medica e F.;

la (Omissis) ha inoltre aderito ai motivi primo, secondo, terzo, quinto, sesto, settimo e ottavo del ricorso principale;

Considerato che:

i primi due motivi di ricorso principale sono in parte inammissibili, in parte infondati;

parte ricorrente, come visto, in buona sostanza, lamenta che la Corte territoriale non avrebbe risposto alle obiezioni contenute nella consulenza di parte prodotta in seconde cure, mero approfondimento assertivo e dunque ammissibile, in specie quanto: all’esclusione di errori sulla suturazione, tenuto conto della letteratura internazionale medica e del tempo d’insorgenza della complicanza; alla mancata considerazione dell’incidenza dei fattori di rischio; e alla mancanza di tracce di un’escara necrotica da incauta coagulazione non registrate infatti anche dall’anatomopatologo, il tutto nel bilanciamento dei rischi di un’operazione diretta a eradicare un tumore maligno, eseguita in modo riconosciuto complessivamente corretto e riuscita quanto al suddetto obiettivo;

va premesso che la produzione della consulenza di parte era da ritenere ammissibile in appello poiché allegazione difensiva priva di valenza probatoria (cfr., ad esempio, Cass., 19/01/2022, n. 1614), sicché, sul punto, la motivazione della decisione di seconde cure dev’essere corretta;

ciò posto, la Corte di appello ha motivato anche osservando che, al di là della ritenuta irritualità della produzione, non poteva avere incidenza il mero dissenso diagnostico (su cui cfr., ad esempio, Cass., 03/02/2012, n. 1652, a mente della quale il vizio, denunciabile in sede di legittimità, della sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, è ravvisabile in caso di palese devianza dalle nozioni correnti della scienza medica, la cui fonte va indicata, o nell’omissione degli accertamenti strumentali dai quali, secondo le predette nozioni, non può prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi, mentre al di fuori di tale ambito la censura costituisce mero dissenso diagnostico che si traduce in un’inammissibile critica del convincimento del giudice; principio affermato ai sensi dell’art. 360-bis c.p.c., cfr. altresì Cass., 06/10/2022, n. 29079);

per sostanziare la concludenza ovvero potenziale decisività delle obiezioni tecniche evocate, al fine di supportare il prospettato vizio di sussunzione causale, avrebbe dovuto riportarsi in ricorso il contenuto delle stesse, tenuto conto del pur omesso riferimento alle repliche del consulente giudiziale alle prime critiche formulate dai consulenti di parte e riportate nei controricorsi di S. e F. (pagg. 9 e seguenti);

l’unica menzione riportata è relativa alla percentuale significativa di deiscenze nella chirurgia rettale, ma non si vede come questa allegazione possa avere pregnanza posto che non è logicamente incompatibile con l’errore nella suturazione ovvero per escara necrotica da incauta coagulazione in corso d’intervento, ricostruito per inferenza dalla consulenza d’ufficio quale riportata nello stesso ricorso;

non si riportano le fonti che avrebbero accreditato il “timing” abituale della complicanza, e non si specifica quando e in quale sede processuale sarebbe stato prodotto il referto dell’anatomopatologo e quando sarebbe stato reso oggetto di critica specifica delle conclusioni peritali avversate, con aspecificità della censura per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, (Cass., Sez. U., 27/12/2019, n. 34469);

quanto alla considerazione dei fattori di rischio il gravame è parimenti aspecifico – in relazione al superamento della ragione decisoria fondata sul mero dissenso diagnostico che in questa sede si risolve in un tentativo a tratti anche esplicito di sollecitare una rilettura istruttoria – non dandosi conto di come e quando la critica specifica sarebbe stata svolta, tenuto conto del fatto che, come per la suturazione, la perizia officiosa aveva esaminato il tema, specie quanto all’obesità, come dimostrato in controricorso da S. e F. (pag. 10);

ed è appena il caso di osservare che non vi è alcuna irresolubile contraddizione tra l’affermazione della correttezza generale dell’intervento e l’individuazione di un segmento della condotta medica con alcuni errori in parte pregiudizievoli, fermo rimanendo che la censura di omesso esame è inibita dalla doppia conforme sul punto dei giudici di merito, logicamente non quanto alla documentazione sopravvenuta in seconde cure al riguardo della quale vale quanto sopra rimarcato (art. 348-ter c.p.c., comma 5, applicabile “ratione temporis” e, peraltro, al contempo reintrodotto dal D.Lgs. n. 149 del 2022, come previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 4; né parte ricorrente ha dimostrato che le ragioni di fatto poste a base delle due decisioni di merito sono state “parte qua” diverse: Cass., 22/12/2016, n. 26774, Cass., 28/02/2023, n. 5947);

in questa cronice, poi, è del tutto evidente che il giudizio controfattuale è stato fatto dal giudice di merito con riferimento implicito quanto univoco alla discussa consulenza medica officiosa;

il terzo motivo è in parte inammissibile, in parte infondato;

a fronte del decifrabile ragionamento motivazionale della Corte territoriale, in linea con quello del Tribunale, per cui non emergeva prova della possibile “risolutività” dell’ulteriore intervento, sia pure escludendo – erroneamente come visto – che l’ulteriore scrutinio potesse poggiarsi sulla consulenza di parte prodotta in seconde cure, la censura non riporta in quali termini, in ipotesi e in tesi propri di quella sopravvenuta consulenza, sarebbe stata formulata e sostanziata l’allegazione per cui nella letteratura medica l’intervento rifiutato sarebbe stato qualificato come necessario completamento del percorso clinico, né, soprattutto, in quali termini il perito giudiziale ovvero quello di parte avrebbero ritenuto possibile, e con quali margini di rischio e successo, lo stesso intervento;

la censura è sotto questo profilo ancora una volta aspecifica a mente dell’art. 366 c.p.c., n. 6, il paziente (art. 32 Cost., comma 2) ha il diritto di rifiutare il trattamento medico (al di là del fatto che se ne ipotizzi o meno l’esecuzione ad opera dello stesso medico già intervenuto) ma se il rifiuto è ingiustificato, perché correlato ad attività gravosa o tale da determinare notevoli rischi o rilevanti sacrifici (cfr. Cass., 05/10/2018, n. 24522), se ne potranno e dovranno trarre le conseguenze a mente del discusso concorso colposo del creditore dell’obbligazione risarcitoria (art. 1227 c.c., comma 2), sicché deve emergere che l’affermato completamento clinico rifiutato avrebbe, più probabilmente che non, portato alla guarigione o ad apprezzabili miglioramenti, senza rischi significativi ovvero estranei a quelli del percorso terapeutico inizialmente, in tesi, compiutamente consentito;

il quarto motivo è fondato per quanto di ragione;

la Corte territoriale ha correttamente affermato che il responsabile del consenso informato, che dev’essere specificamente dettagliato sui rischi, è il medico che opera l’intervento da consentire (cfr. Cass., 11/11/2019, n. 28985), medico delle cui affermate spiegazioni alla paziente nulla si sa;

 ma deve risultare – e dev’essere oggetto di motivazione in tal caso del tutto assente (v. la censura a pag. 39, secondo capoverso, del ricorso principale) – che la paziente abbia allegato e provato che, se informata specificatamente, avrebbe rifiutato l’intervento, nel caso diretto, come visto, alla rimozione di una grave neoplasia;

vanno infatti ribaditi i principi (Cass., n. 28985 del 2019 cit.) per cui:

– la violazione, da parte del medico, del dovere d’informare il paziente, può causare due diversi tipi di danni: un danno alla salute, sussistente quando sia ragionevole ritenere che il paziente, su cui grava il relativo onere probatorio, se correttamente informato, avrebbe evitato di sottoporsi all’intervento e di subirne le conseguenze invalidanti;

nonché un danno da lesione del diritto all’autodeterminazione, rinvenibile quando, a causa del descritto “deficit” informativo incidente, il paziente abbia subito uno specifico pregiudizio, altrimenti evitato, patrimoniale oppure non patrimoniale, e, in tale ultimo caso, di apprezzabile gravità, diverso dalla lesione del diritto alla salute;

– qualora venga allegato e provato, come conseguenza della mancata acquisizione del consenso informato, un danno biologico, ai fini dell’individuazione della causa “immediata” e “diretta” (ex art. 1223 c.c.) di tale danno-conseguenza, occorre accertare, mediante giudizio controfattuale, quale sarebbe stata la scelta del paziente ove correttamente informato, atteso che, se egli avesse prestato senza riserve il consenso a quel tipo di intervento, la conseguenza dannosa si sarebbe dovuta imputare esclusivamente alla lesione del diritto alla salute determinata dalla successiva errata esecuzione della prestazione professionale, mentre, se egli avesse negato il consenso, il danno biologico scaturente dall’inesatta esecuzione della prestazione sanitaria sarebbe riferibile “ab origine” alla violazione dell’obbligo informativo, e concorrerebbe, unitamente all’errore relativo alla prestazione sanitaria, alla sequenza causale produttiva della lesione della salute quale danno-conseguenza;

le conseguenze dannose che derivino, secondo un nesso di regolarità causale, dalla lesione del diritto all’autodeterminazione, verificatasi in seguito ad un atto terapeutico eseguito senza la preventiva informazione del paziente circa i possibili effetti pregiudizievoli, e dunque senza un consenso legittimamente prestato, devono essere debitamente allegate dal paziente, sul quale grava l’onere di provare il fatto positivo del rifiuto che egli avrebbe opposto al medico, tenuto conto che il presupposto della domanda risarcitoria è costituito dalla sua scelta soggettiva (criterio della cd. vicinanza della prova), essendo, il discostamento dalle indicazioni terapeutiche del medico, eventualità non rientrante nell'”id quod plerumque accidit“;

la Corte territoriale dovrà dunque accertare e correlativamente motivare i suddetti profili distinguendo le componenti eventualmente plurime di danno;

il quinto motivo è infondato;

ai fini dell’intervento principale o dell’intervento litisconsortile nel processo, anche se l’art. 105 c.p.c., esige che il diritto vantato dall’interveniente non sia limitato a una meramente generica comunanza di riferimento al bene materiale in relazione al quale si fanno valere le pretese delle altre parti, la diversa natura delle azioni esercitate, rispettivamente, dall’attore in via principale e dal convenuto in via riconvenzionale rispetto a quella esercitata dall’interveniente, o la diversità dei rapporti giuridici con le une e con l’altra posizione dedotti in giudizio, non costituiscono elementi per escludere l’ammissibilità dell’intervento, essendo sufficiente a farlo ritenere ammissibile la circostanza che la domanda dell’interveniente presenti una connessione o un collegamento con quella di altre parti relative allo stesso oggetto sostanziale, tali da giustificare un simultaneo processo (Cass., 11/07/2011, n. 15208);

il sesto motivo è inammissibile;

pur restandosi nel perimetro della liquidazione equitativa senza che dunque possa individuarsi una violazione della corrispondenza tra chiesto e pronunciato ovvero del contraddittorio (fermo che la Corte di appello riferisce comunque la doglianza dell’applicazione delle une e non delle altre tabelle: pag. 8, primo capoverso, primo periodo), la parte non ha in ogni caso dimostrato, con censura, che la liquidazione in base alle tabelle milanesi sarebbe stata nel caso differente e minore;

dev’essere riaffermato il principio per cui le “tabelle” dei Tribunali non costituiscono fatto notorio, sicché risulta aspecifico per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, il ricorso per cassazione che si limiti ad affermare le somme risultanti dall’applicazione delle stesse, omettendo di indicarle specificamente tra i documenti ex art. 369 c.p.c., comma 2, e di individuare l’atto con il quale siano state prodotte nel giudizio di merito e il luogo del processo in cui risultino reperibili, mentre non è ammissibile la loro successiva produzione ex art. 372 c.p.c., comma 2, non trattandosi di documenti relativi all’ammissibilità del ricorso (Cass., 15/06/2016, n. 12288);

il settimo e ottavo motivo, da esaminare congiuntamente per connessione, sono fondati;

la Corte territoriale, come visto, avallando la decisione di prime cure, ha applicato il tasso medio di rendimento dei titoli di Stato, quale modalità familiare d’impiego del risparmio, sulla semisomma risarcitoria al momento del fatto e della liquidazione, ritenendo quel tasso da applicare perché superiore a quello medio degli interessi legali;

non si può affermare, come vorrebbero i controricorrenti S. e F., che ogni forma di liquidazione del danno da ritardo, ovvero da lucro cessante, effettivamente richiesto domandando gli interessi compensativi, sia indifferente rispetto alla domanda quale formulata;

né si può affermare che la censura sia innervata da profili d’inammissibile novità, perché la Corte di appello (a pag. 9) ha dato conto del fatto che si era dedotto davanti alla stessa il difetto di domanda in eccesso rispetto alla liquidazione nei termini in cui è stata effettuata ed avallata, non potendo formalisticamente leggersi quella censura in modo riduttivo, come riferita solo alla completa assenza di domanda invece correlata dai giudici di merito alla rivendicazione degli interessi compensativi dal momento del fatto;

la giurisprudenza risalente a Cass., Sez. U., 17/02/1995, n. 1712, afferma, sì, che, trattandosi di liquidazione equitativa, non sussiste un vincolo all’utilizzo del saggio legale degli interessi a fini compensativi, ma formula il principio per cui restano fermi gli oneri probatori del creditore da risarcimento aquiliano, in specie se riferiti a un utilizzo del denaro maggiormente fruttuoso rispetto al saggio legale degli interessi;

nulla di ciò, come detto, risulta essere stato chiesto con allegazioni, prima, quindi, che elementi di prova, con conseguente ultrapetizione;

peraltro, la sommatoria degli interessi compensativi andrà dunque operata sulla somma anno per anno rivalutata, evitando di sommare questa voce di danno alla rivalutazione;

il motivo di ricorso incidentale di S. è infondato;

le conseguenze psichiche evidenziate fanno parte dell’unitario danno biologico, salva loro esclusione in tesi illegittima ovvero salva, al contrario, come rileva nel caso di specie, e come osservato dalla Corte territoriale, siano elemento di personalizzazione, che però deve tradursi in conseguenze eccezionali e anomale rispetto a quelle che comunque sarebbero derivate dalla lesione accertata, come non risulta in termini sussuntivi da quanto allegato nella formulazione del ricorso;

resta inteso che nella nuova liquidazione del danno da ritardo andrà scomputata, sulla somma base, anno per anno rivalutata, la quota elisa per l’esclusione della personalizzazione;

il ricorso incidentale di (Omissis) dev’essere scrutinato prima di quello di F., per ragioni logiche;

il primo motivo è fondato con assorbimento del secondo;

la parte ha dimostrato di aver formulato l’eccezione di prescrizione del diritto risarcitorio di F. (da leggere a mente dei principi di Cass., 08/07/2020, n. 14258 e succ. conf.), sia in primo grado che con appello incidentale nel secondo, mentre non risulta alcuna pronuncia al riguardo neppure implicita;

il ricorso incidentale di F. è dunque assorbito, atteso che, logicamente, la sua eventuale soccombenza dovrà valutarsi all’esito della pronuncia sull’eccezione di prescrizione;

spese al giudice del rinvio.

P.Q.M.

La Corte accoglie, nei termini di cui in motivazione, il quarto, settimo e ottavo motivo di ricorso principale, disatteso lo stesso gravame nel resto, rigetta il ricorso incidentale di S., accoglie il primo motivo del ricorso incidentale della società (Omissis), assorbito il secondo, e assorbito il ricorso incidentale di F., cassa in relazione la decisione impugnata e rinvia alla Corte di appello di Roma perché, in diversa composizione, pronunci anche sulle spese del giudizio di legittimità.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 11 settembre 2023.

Depositato in Cancelleria il 11 dicembre 2023