Morte del paziente per emorragia celebrale. Prescrizione eparina in assenza di consenso informato -rigetta

24/04/2024, n.11075 - Cassazione civile sez. III

Quanto al consenso informato, posto che la sua violazione è stata posta dal ricorrente in relazione al pregiudizio alla salute, non risulta specificatamente impugnata la ratio decidendi costituita dal rilievo che non risulta accertato se, ove fornita l’informazione asseritamente mancante, questa avrebbe consentito alla paziente di adottare i comportamenti alternativi indicati con l’atto di appello. Alla luce della persistenza di tale ratio decidendi, il motivo risulta privo di decisività.

con atto di citazione notificato in data 22 febbraio 2016 Ma.Cl. ed An.Ma. convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Arezzo Li.Gi., Azienda Unità Sanitaria Locale Toscana Sud Est e Tu.Pa. chiedendo il risarcimento del danno (rispettivamente nella misura di Euro 350.000,00 ed Euro 300.000,00, oltre il danno iure hereditatis nella misura di Euro 200.000,00), cagionato dalla morte della madre Omissis , in data 30 maggio 2011, per emorragia cerebrale a causa della negligenza professionale sia del medico di base, Tu.Pa. , che del neurologo, Gi.Mi., i quali, successivamente alle dimissioni ospedaliere della paziente per un episodio ischemico, avevano in modo imperito disposto la terapia anticoagulante, senza fornire le informazioni necessarie su tale terapia e omettendo di controllare la pressione arterioriosa della paziente. Vennero chiamate in causa le società assicuratrici.

Il Tribunale adito, previa CTU, rigettò la domanda. Avverso detta sentenza propose appello Ma.Cl. . Con sentenza di data 17 marzo 2021 la Corte d’appello di Firenze rigettò l’appello.

Osservò la corte territoriale che correttamente era stata disattesa l’istanza di rinnovazione della CTU, alla luce delle competenze necessarie di cui era dotato il consulente nominato e delle adeguate risposte del collegio di consulenti alle osservazioni dei consulenti di parte, evidenziando che vi era stato il rispetto delle linee guida, anche in relazione alla terapia anticoagulante.

Aggiunse, quanto all’obbligo di tenuta di una scheda sanitaria individuale da parte del medico di base previsto dall’accordo collettivo nazionale, che si trattava di aspetto inerente il rapporto di lavoro con l’Azienda Sanitaria e che, quanto al consenso informato, il CTU aveva fatto riferimento alla sufficienza del consenso verbale ed alla plausibilità dell’informazione resa circa il mantenimento di un determinato dosaggio farmacologico, oltre le possibili conseguenze del farmaco stesso, non risultando peraltro adeguatamente chiaro quale informazione non fosse stata fornita e se, ove fornita, avrebbe consentito alla paziente di adottare i comportamenti alternativi indicati dall’appellante. Osservò ancora che le allegazioni dell’appellante circa la valenza dei profili correlati alla pressione arteriosa ed al valore dell’INR erano prive di significato, posto che, come affermato dal CTU, non avrebbero comportato alcuna sostanziale differenza per quanto concerneva il decorso degli eventi.

Ha proposto ricorso per cassazione Ma.Cl. sulla base di due motivi e resistono con distinti controricorsi Generali Italia Spa , Li.Gi. , Azienda Unità Sanitaria Locale Toscana Sud Est e Tu.Pa.. E’ stato fissato il ricorso in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380 bis. 1 cod. proc. civ. . E’ stata presentata memoria.

CONSIDERATO CHE:

con il primo articolato motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 196 cod. proc. civ., 15 legge n. 24 del 2017, 2697 e 1218 cod. civ., 116 cod. proc. civ. ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ.. Osserva la parte ricorrente che, come affermato nell’atto di appello, doveva essere accolta l’istanza di rinnovazione della CTU perché, in violazione dell’art. 15 della legge n. 24 del 2017, nessuno dei membri del collegio dei consulenti era in possesso della qualità di specialista e che la CTU non ha tenuto conto delle linee guida della Regione Toscana del 2009, alla luce del mancato controllo pressorio ed all’assunzione della terapia senza alcun criterio (mancata tenuta della scheda sanitaria da parte del medico di base in violazione dell’accordo collettivo nazionale; monitoraggio del valore INR non eseguito in modo conforme alle linee guida, accrescendo in modo esponenziale il rischio emorragico; mancato esame della cartella clinica relativa alla degenza ospedaliera).

Aggiunge che non vi è stato prudente apprezzamento della prova e che vi è stato acritico recepimento della CTU, a fronte della prova da parte del creditore dell’inadempimento professionale del sanitario.

Con il secondo motivo si denuncia omesso esame del fatto decisivo e controverso ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, cod. proc. civ., nonché violazione dell’art. 2729 c.c.. Osserva la parte ricorrente che il giudice di appello si è limitato a recepire l’ordinanza dei giudice istruttore che aveva disatteso l’istanza di rinnovazione della CTU, data la mancanza di conoscenze specialistiche da parte di uno dei consulenti e che vi è stato omesso esame del fatto storico rappresentato dall’omessa tenuta della scheda sanitaria della paziente da parte del medico di base. Aggiunge che non vi è prova che i sanitari abbiano informato la paziente sulle patologie e le terapie da seguire e che il consenso informato avrebbe eliminato l’evento dannoso.

I motivi, da valutare unitariamente, sono inammissibili. Muovendo dalla questione della CTU, in relazione alla quale, denunciando la violazione dell’art. 15 della legge n. 24 del 2017, il ricorrente ha evidentemente denunciato la nullità, va evidenziato in via assorbente che, non ottemperando all’onere processuale di cui all’art. 366, comma 1, n. 6 c.p.c., il ricorrente non ha specificatamente indicato se, ai sensi dell’art. 157 c.p.c., l’eventuale nullità della CTU sia stata fatta valere nella prima istanza o difesa successiva al deposito della relazione del consulente (fra le tante Cass. n. 208 29 del 2018). Ad ogni buon conto, va precisato che l’art. 15, comma 4, legge 8 marzo 2017, n. 24, non è applicabile alla fattispecie poiché entrato in vigore successivamente all’introduzione del giudizio (cfr. Cass. n. 32143 del 2019 in motivazione).

Quanto alle censure relative al giudizio di fatto, va rammentato che il potere del giudice di valutazione della prova non è sindacabile in sede di legittimità sotto il profilo della violazione dell’art. 116 c.p.c., quale apprezzamento riferito ad un astratto e generale parametro non prudente della prova, posto che l’utilizzo del pronome “suo” è estrinsecazione dello specifico prudente apprezzamento del giudice della causa, a garanzia dell’autonomia del giudizio in ordine ai fatti relativi, salvo il limite che “la legge disponga altrimenti” (Cass. n. 34786 del 2021; ciò, tanto più considerando che in materia di responsabilità sanitaria per attività medico-chirurgica, le linee guida non hanno rilevanza normativa o “para – scriminante”, non essendo né tassative, né vincolanti – Cass. n. 34516 del 2023).

La denuncia di acritico recepimento delle conclusioni della CTU non tiene conto della circostanza che, secondo quanto risultante dalla medesima motivazione della decisione impugnata, la CTU si è fatta carico di esaminare e confutare i rilievi della consulenza di parte. Ciò che pertanto il giudice del merito ha valutato, è stato un elaborato peritale che aveva già vagliato criticamente le ragioni sollevate dalla consulenza di parte, sicché la condivisione delle conclusioni di CTU trova in ciò un’adeguata ratio decidendi.

Sul punto va rammentato che il giudice di merito, quando aderisce alle conclusioni del consulente tecnico che nella relazione abbia tenuto conto, replicandovi, dei rilievi dei consulenti di parte, esaurisce l’obbligo della motivazione con l’indicazione delle fonti del suo convincimento, e non deve necessariamente soffermarsi anche sulle contrarie allegazioni dei consulenti tecnici di parte, che, sebbene non espressamente confutate, restano implicitamente disattese perché incompatibili, senza che possa configurarsi vizio di motivazione, in quanto le critiche di parte, che tendono al riesame degli elementi di giudizio già valutati dal consulente tecnico, si risolvono in mere argomentazioni difensive (fra le tante, da ultimo, Cass. n. 33742 del 2022).

Inammissibile è poi la denuncia di vizio motivazionale ai sensi dell’art. 348 ter c.p.c. in presenza di c.d. doppia conforme, e mancando la dimostrazione della diversità delle ragioni di fatto poste a base della decisione del Tribunale rispetto a quella di appello.

Infine, quanto al consenso informato, posto che la sua violazione è stata posta dal ricorrente in relazione al pregiudizio alla salute, non risulta specificatamente impugnata la ratio decidendi costituita dal rilievo che non risulta accertato se, ove fornita l’informazione asseritamente mancante, questa avrebbe consentito alla paziente di adottare i comportamenti alternativi indicati con l’atto di appello. Alla luce della persistenza di tale ratio decidendi, il motivo risulta privo di decisività.

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Poiché il ricorso viene disatteso, sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, che ha aggiunto il comma 1 – quater all’art. 13 del testo unico di cui al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, della sussistenza dei presupposti processuali dell’obbligo di versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento, in favore di Generali Italia Spa, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Condanna il ricorrente al pagamento, in favore di Li.Gi. , delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Condanna il ricorrente al pagamento, in favore di Azienda Unità Sanitaria Locale Toscana Sud Est, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Condanna il ricorrente al pagamento, in favore di Tu.Pa. , delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17 della l. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso articolo 13, se dovuto.

Così deciso in Roma il giorno 5 aprile 2024.

Depositato in Cancelleria il 24 aprile 2024.